Marcello Flores, Tutta la violenza di un secolo

Leone Venticinque (pubblicato in “Libri”, n. 3, luglio 2007 e in “Pane e Olive”, giugno 2009)

Secondo quanto si legge nelle Conclusioni, il libro ha l’obiettivo di “aiutare a comprendere la violenza contemporanea” [p. 183]; un tema con il quale già alcuni anni fa M. Flores si era confrontato nella Introduzione degli atti del convegno internazionale Storia, verità, giustizia. I crimini del XX secolo (Siena, 16-20 marzo 2000; Milano, Bruno Mondadori, 2001) – da lui curati – e nel saggio Confrontare le atrocità: il ruolo dello storico pubblicato nei suddetti atti .
Per raggiungere il fine prestabilito l’autore ha scelto di non ricollegarsi alla’ampia letteratura esistente sul tema e piuttosto di guardare a casi concreti mettendoli a confronto attraverso la comparazione storica. Di conseguenza tutto il patrimonio di teorie e interpretazioni sulla violenza nella storia rimane inutilizzato e lontano dal testo, a parte pochi sporadici accenni e la piccola bibliografia.
Il testo procede con lo stile e il respiro di un lunghissimo articolo di commento, un editoriale-fiume riguardante tutti i maggiori episodi di violenza del Novecento.
Accade di norma che nei mezzi d’informazione i commenti e gli approfondimenti alle notizie di guerre in corso o di altri eventi tragici non naturali – dovuti cioè a atti intenzionali – rimangono legati a quel particolare fatto e, in occasione della notizia successiva, le analisi ricominciano dall’inizio. Questo libro invece si muove su un piano più generale: non prende le mosse da una particolare tragedia della storia contemporanea, ma da molte considerate assieme e così ha l’opportunità di sviluppare riflessioni aggiuntive.
Accanto a fattori contingenti e transitori, anche una serie di elementi strutturali e di lunga durata possono esercitare la loro influenza: da qui la domanda Ci sono stati violenti e società propense alla violenza? – titolo del cap. 7 .
Flores cerca qui di individuare una differenza significativa e costante tra i totalitarismi e le democrazie, tra i paesi arretrati e quelli più avanzati.
Nel libro si parla di casi più o meno noti: il massacro dei comunisti indonesiani a metà degli anni 60, l’Argentina e il Cile degli anni 70 e 80, gli scontri tra governo dell’India e autonomisti Sikh negli anni 80, il Ruanda nel 1994; ma anche di fatti più remoti riguardanti il colonialismo europeo in Africa, all’origine delle Responsabilità dell’Occidente che vengono esaminate nell’ultimo capitolo così denominato. Trovano spazio anche casi controversi dell’ultima guerra mondiale come il bombardamento di Dresda, considerato “ancora oggi il simbolo della violenza eccessiva e immotivata di chi sta combattendo una guerra giusta” [p. 59].
Alla fine del libro, nella Sequenza storica, le varie parti si riuniscono in un percorso continuo, un riepilogo che va dall’inizio del secolo a oggi.
Sebbene l’autore affermi che le condizioni e le circostanze particolari hanno grande importanza per valutare ciascun caso di violenza, accade però che gli esempi concreti tratti dalla storia contemporanea e usati soprattutto nel cap. 10 – Il contesto della violenza – sono stati invece ridotti a notizie brevi e sensazionali. Il poco spazio dedicato a ciascun esempio non permette di raggiungere un’adeguata capacità di analisi per comprendere a fondo le peculiarità di ogni ambiente, il contenuto offensivo o difensivo dell’atto violento, la misura della reazione rispetto a un pericolo, l’esistenza effettiva o l’invenzione del pericolo stesso per secondi fini. È un punto questo tutt’altro che secondario e che si ritrova anche in altri autori, come Irving Louis Horowitz nel suo saggio The War Game: Studies of the New Civilian Militarists (New York, Ballantine Books, 1963, p. 46; trad. it. Il giuoco della guerra, Milano, Feltrinelli, 1967, p. 54).
Quando Flores parla della Memoria della violenza – titolo del cap. 16 –, si richiama implicitamente al tema dell’uso pubblico della storia. L’opinione pubblica, quale che sia il suo grado di informazione e il peso politico che possiede, non è mai unanime nel condannare o assolvere qualcuno e alberga più pareri diversi, che inoltre possono cambiare nel tempo [cfr p. 85]. L’individuazione dei responsabili e dei reali moventi non è poi un momento secondario dei processi di conoscenza, di comprensione e di giudizio di un qualsiasi atto violento. Qui si richiederebbe una maggiore cautela da parte dell’autore nell’uso delle fonti – che invece sono tutte di seconda o terza mano – e verso informazioni che in molti casi hanno fatto parte integrante di campagne stampa promosse dalle parti in causa interessate a denunciare, amplificare o anche inventare le malefatte compiute dai propri nemici. Senza un certo grado di salutare diffidenza ci si espone invece al rischio di avvalorare fatti alterati che nascondono esagerazioni, denigrazioni o altre forme strumentali di denuncia.
Anche le “rivelazioni” fatte a distanza di molto tempo non sono immuni da simili rischi [cfr. p. 78 e segg.].
A fronte dell’attenzione rivolta a eventi accaduti in luoghi molto lontani dall’Italia, il libro non fa alcun accenno alla ‘cultura della violenza’ che ha avuto ampio spazio nel nostro paese fino a anni recenti e che solo ora sembra essere stata confinata ai margini del panorama politico.
C’è da chiedersi il perché di questa omissione. La parte del testo che parla delle tragedie prodotte dal “grande balzo in avanti” in Cina offriva all’autore un’ottima occasione per dire qualcosa del consenso di cui quelle politiche avevano goduto all’epoca presso numerosi intellettuali europei e italiani. Era questa un’occasione per ricordare quanto la violenza di classe sia stata considerata in Italia un mezzo legittimo di lotta politica anche dai settori autodefinitisi per decenni i più avanzati, progressisti e democratici dell’intera società. Il titolo di questo libro, come le etichette di alcuni prodotti che rubano sul peso, fa promesse che poi non mantiene: garantiva che il lettore vi avrebbe trovato “tutta la violenza di un secolo” e invece, una volta aperta, la confezione si è rivelata piena soltanto per metà.

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