Emergano al più presto la voce e la volontà dei deportati di Mineo

2011.05.02 – Non sono buone le notizie che filtrano attraverso la censura intimidatoria su quel che succede nel villaggio: accadono eventi gravi come un tentato suicidio e il rogo doloso di un deposito dentro la struttura, ma c’è anche una quotidianità fatta di disagi, abusi e prepotenze. Con cinquanta euro al giorno a persona la Croce Rossa distribuisce pasti miseri, da fame. Chi chiede un po’ di cibo in più viene allontanato con rabbia e minacciato di ricevere bastonate al posto del pane.
Perché gli ospiti del villaggio sopportano pazienti invece di ribellarsi? In parte per paura, la stessa paura che li vorrebbe tenere lontani dagli attivisti che stanno lavorando per portare aiuto concreto, assistenza legale e conforto psicologico. In parte perché credono che comportandosi bene, cioè porgendo sempre l’altra guancia e evitando di “compromettersi con la politica”, i loro diritti verranno riconosciuti, primo fra tutti il permesso di soggiorno che tante volte gli è stato promesso. Non sono pratici di come funziona la democrazia in Italia ma presto dovranno rendersi conto che senza lottare, uniti e determinati, verranno lasciati marcire nel “ghetto che non c’è” per ancora chissà quanto tempo.
Per tutti – a parte gli speculatori del “tanto peggio, tanto meglio” che riescono a guadagnare pure dalle disgrazie – è prioritario l’impegno per la trasformazione delle tensioni e dei disagi in una protesta organizzata, che avvenga nelle forme pacifiche della non violenza.
L’alternativa consiste nello scenario davvero poco desiderabile di una guerra tra poveri nel Calatino.

Leone Venticinque per il Comitato Cittadino di Mineo “Calatino solidale per davvero”

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