2011.06.05 – Conferenza “Energia, acqua, giustizia: conoscere per decidere”.

Intervento di Leone Venticinque – per il Laboratorio politico “Vetustissima et Iucundissima” all’incontro pubblico riguardante i quattro referendum popolari nazionali indetti per i giorni 12 e 13 giugno 2011. L’incontro si è svolto domenica 5 giugno 2011 a Mineo presso il Circolo di Cultura Luigi Capuana.

Buonasera, buonasera a tutti, grazie di essere qui. Una buona partecipazione, tutto sommato, per questa domenica pomeriggio tardo. Questa è forse la migliore ricompensa dell’impegno che il Laboratorio politico Vetustissima et Iucundissima e i giovani amici del Circolo di Cultura hanno messo nel realizzare questo incontro pubblico. È un impegno che noi portiamo avanti. Un ringraziamento speciale al Dott. Alessandro Manzoni che fin dall’inizio ha reso possibile l’uso dello spazio nel quale ci troviamo e ne difende – è il caso di dirlo – la vocazione all’incontro piuttosto che al rifugio dal mondo esterno. Come avevamo promesso alcuni mesi fa, va avanti il progetto di riattivazione di questo antico e rinomato luogo e invito fin da ora le persone desiderose di contribuire alla vita culturale della comunità di Mineo a considerare l’idea di iscriversi al Circolo di Cultura Luigi Capuana, questo è il primo passo per avere un ruolo protagonista nella valorizzazione del nostro paese.
Durante questo incontro i relatori presenti parleranno dei temi che sono oggetto di voto popolare con il referendum abrogativo del 12 e 13 giugno. Prima di dare la parola a loro, desidero proporre una breve rassegna di quelle che sono le posizioni contrarie ai quattro referendum, le ragioni del “no”. Mi sembra sia cosa utile perché di fatto in questi ultimi mesi un vero e proprio dibattito tra i due fronti ha stentato a svilupparsi, mentre invece sono convinto che proprio un simile dibattito, insieme all’esito del voto democratico sui referendum, sia l’occasione che tutti noi abbiamo per mettere alla prova convinzioni magari un po’ superficiali e verificarne la solidità.

La democrazia assegna il potere al popolo sovrano: anche se non possiamo sapere tutto, essere informati su tutto, siamo chiamati a pronunciarci su cose che forse non conosciamo abbastanza. Votiamo per il nostro Comune, per la Provincia, la Regione e il governo nazionale e ciò presuppone che in tutte queste occasioni sappiamo fare il nostro lavoro di elettori preparati su quali sono stati i successi e i fallimenti dei governi passati e su quali sono i programmi di tutte le forze politiche concorrenti. A ciò si aggiungono gli appuntamenti referendari, che chiedono un ulteriore sforzo e conoscenze aggiuntive. Una critica generale allo strumento referendario è dunque che i cittadini sono chiamati a esprimersi su argomenti che certo riguardano tutti per le ricadute reali sulla vita sociale, ma cionondimeno rimangono temi di specifica competenza degli addetti ai lavori piuttosto che adatti alle valutazioni superficiali di noi persone comuni.
E allora come si riduce questa distanza tra la nostra preparazione vera e quella che dovremmo avere? Con i pubblici confronti, nei quali si interviene in contraddittorio a vantaggio dell’una e dell’altra tesi. È questo allora momento di assoluta importanza per migliorare la qualità del voto e andrebbe perciò massimamente favorito.
Purtroppo non giova al dibattito la ben nota regola del quorum, perché i contrari ai referendum, i comitati del “no”, hanno sempre la forte tentazione di evitare i pubblici incontri come questo e di giocare la carta del silenzio che favorisca l’indifferenza diffusa e quindi la non partecipazione al voto. Tranne qualche eccezione in dibattiti televisivi, i sostenitori del “sì” restano di frequente privi di contraddittorio e così il voto referendario perde gran parte del suo valore democratico evoluto per trasformarsi in una unilaterale campagna di persuasione a favore del pensiero unico. E dunque vorrei rapidamente descrivere alcune delle ragioni del “no” sui quattro quesiti.

Per quanto riguarda il referendum sul legittimo impedimento, chi sostiene il “no” ricorda che nelle nostre leggi il legittimo impedimento esiste già: tutti i cittadini imputati possono non presentarsi in tribunale se impediti da malattia o per altri casi <<effettivi e assoluti>>.
Il decreto del governo sul legittimo impedimento aveva riconosciuto per il presidente del Consiglio e per i suoi ministri eventualmente imputati per un qualche reato la prioritaria responsabilità di governare piuttosto che andare in udienza dai magistrati, mentre il processo veniva “congelato”.
Il decreto originario è stato in parte bocciato dalla Corte Costituzionale, che ha lasciato al magistrato la facoltà di decidere se caso per caso ci siano le condizioni del legittimo impedimento oppure no. Secondo alcuni esponenti del Pdl nazionale in questo modo si è affermata la superiorità dell’ordine giudiziario rispetto a quello democratico: in altri termini, un governo stabilisce la propria agenda di lavoro ma deve modificarla in caso di convocazione in udienza per un suo componente. Si tratterebbe di una “invasione di campo” da parte della magistratura nelle attività di governo, con l’aggravante che l’accettazione o il rigetto del legittimo impedimento si basa su un criterio arbitrario, discrezionale e dunque non prevedibile, laddove il legittimo impedimento che oggi esiste per tutti i cittadini ha invece criteri di applicazione oggettivi.
Per concludere sul legittimo impedimento, secondo il deputato Giorgio Stracquadanio “se qualcuno alla procura di Milano ha creduto di interpretare la sentenza della Corte Costituzionale come un avallo a iniziative di killeraggio giudiziario fondate su porcherie da guardoni di quarto ordine per colpire il governo e il presidente del Consiglio si sbaglia di grosso. In Italia, i talebani della procura di Milano ricorrono a infamie per attaccare il governo e il premier. È un fatto di una gravità inaudita che qualche procuratore possa costantemente e impunemente attentare alle libertà democratiche”.

Chi è contro i due referendum sull’acqua pubblica afferma che i servizi – senza eccezioni – devono essere aperti al mercato perché solo così possono migliorare, attraverso il sistema della concorrenza che rompe il monopolio pubblico. Dice inoltre chi è contrario che questo referendum giunge in un momento inopportuno perché potenzialmente è in grado di bloccare la grande trasformazione nel settore dei servizi pubblici, cruciale per restituire ai cittadini utenti efficienza, efficacia e ammodernamento del sistema idrico nazionale. In questo processo di riforma sono inclusi anche la gestione dei rifiuti e altri servizi.
Riguardo alla questione delle tariffe in bolletta, secondo i sostenitori del “no” è ampiamente dimostrabile che laddove la tariffa ha subito un aumento ciò è avvenuto correttamente in proporzione all’entità degli investimenti effettuati dai gestori, finalizzati a migliorare la qualità del servizio in favore dei cittadini utenti e a ridurre l’inquinamento. Inoltre l’aumento delle tariffe per l’acqua è inevitabile perché una direttiva europea afferma la necessità che ogni servizio sia interamente coperto dalle tariffe, mentre fino a oggi i costi della manutenzione della rete idrica sono andati su altre voci di spesa pubblica. Con l’aumento delle tariffe per l’acqua si spingerà il consumatore verso un uso più responsabile con meno sprechi e con effetti positivi anche dal punto di vista ambientale. Vorrei aggiungere una notizia dell’ultim’ora riguardo a questo referendum: il noto sindaco di Firenze Matteo Renzi – che andrà ovviamente a votare – sul quesito riguardante le tariffe e le bollette voterà “no” perché è sua opinione che, anche se l’azienda che gestisce questo servizio è un’azienda pubblica, con l’approvazione di questo referendum non avrebbe la possibilità di fare investimenti e di far pagare gli interessi sui prestiti che ha contratto e quindi non potrebbe fare nessun investimento migliorativo della rete.
Infine, chi è contro il referendum sul nucleare sottolinea che “l’energia più pericolosa è quella che manca”, nel senso che esiste un fabbisogno energetico di entità tale da non poter essere coperto solo con le fonti rinnovabili, per cui il rifiuto delle centrali determina necessariamente il ricorso al carbone e al petrolio o l’acquisto di energia prodotta con le centrali atomiche da altri paesi. E allora dal problema delle scorie radioattive si passerebbe a quello della produzione di anidride carbonica (CO2) responsabile del riscaldamento globale e del cambiamento climatico.

> Registrazione audio integrale della conferenza

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