Nelle campagne vicino a Mineo c’è una alternativa al “Villaggio della Solidarietà”

di Leone Venticinque, per il Comitato Cittadino di Mineo “Calatino solidale per davvero”
e Tony Sorge, McMaster University (Hamilton, Canada)

2011.08.14 – Giovedì 12 agosto 2011 il Prof. Sorge e io abbiamo visitato la struttura residenziale che – come illustra un comunicato stampa ufficiale – ospita da un mese dodici persone che hanno chiesto asilo politico in quanto rifugiati. Sono arrivati in Italia da tempo, sono tutti originari del Pakistan e accettano di rispondere alle nostre domande mentre ci sediamo in cerchio nel giardino ricco di alberi, ombra e tranquillità.
Gli ospiti del centro sono tutti maschi, di età variabile dai venti ai quarant’anni, di religione islamica. Sul posto oltre alle camere in cui alloggiano hanno a disposizione l’ampia cucina, uno spazio per la preghiera comune e l’uso dei terreni circostanti, dove per ora è stato realizzato un orto. Secondo i responsabili della cooperativa “Universo” di Mineo – aderente al Consorzio Sol.Calatino – i costi per lo Stato sono molto competitivi: ca. un terzo di quanto si spende giornalmente a persona nel “Villaggio della Solidarietà” compreso il costo dell’affitto della struttura, che è proprietà privata. Nonostante persistano alcuni fattori che non favoriscono l’integrazione come la posizione della sede in luogo lontano dal paese ca. cinque chilometri, questo modello di accoglienza mostra somiglianze virtuose con quanto è stato da tempo messo in atto nel piccolo comune calabrese di Riace e che fino a qualche mese fa era stato liquidato con sufficienza e non poco scherno dall’assessore ai servizi sociali di Mineo in un incontro pubblico alla parrocchia di San Pietro il 12 maggio come una idea bizzarra e poco realistica vagheggiata da “figli dei fiori” che vorrebbero vederci ballare insieme sui verdi prati, tutti nudi e tenendoci per mano.
Nella residenza sita in Contrada Caviglionello la qualità della vita è, con tutta evidenza, di gran lunga più elevata a confronto con il “mega-Cara” nel quale il disagio ha ormai preso la forma delle proteste violente. Ci sono d’altronde alcuni problemi, che difficilmente si potrebbero risolvere sul posto perché sono causati dalla gestione complessiva nel nostro Paese delle persone richiedenti asilo. Nel lungo periodo di attesa per il riconoscimento della condizione di rifugiato gli ospiti non possono svolgere nessuna attività lavorativa e dunque, a parte qualche corso di lingua italiana, le giornate passano in gran parte nell’ozio inoperoso. Riguardo a quel che accadrà in seguito, ci sono molte incognite: una vera integrazione passa dall’inserimento lavorativo e, soprattutto in queste aree del Meridione, il mercato del lavoro appare in una fase ben poco ricettiva dato che in quasi tutti i comparti professionali si registrano esuberi e una crescita della disoccupazione. Rimane la strada dei percorsi lavorativi assistiti dalla mano pubblica e in questo senso tanti progetti potrebbero essere avviati in base alle varie capacità che le persone arrivate in Italia possiedono, ma una strada come questa dovrebbe essere percorsa con grande attenzione per non creare reazioni negative da parte di un’opinione pubblica che, soprattutto tra i ceti più disagiati per condizioni temporanee o croniche, potrebbe interpretare l’impiego di risorse della fiscalità generale in simili progetti come un eccesso di favoritismo verso gli “ultimi arrivati”, innescando così – seppure involontariamente – pericolose reazioni di intolleranza per invidia sociale che finirebbero con il peggiorare la condizione di vita dei rifugiati nel loro rapporto con il territorio.
(Leone Venticinque)

The guests of this centre can tell sad tales of their experiences as migrant workers in Libya. As Pakistani nationals, they were second-class citizens, with rights that were frequently impugned. But life in Libya was nonetheless better and safer than in Pakistan. With steady employment, they could earn enough to support a family back home, and plan for a better future. Several of these men are refugees from Swat Valley, Pakistan, a flashpoint for confrontations over the past two years between the Pakistani state and a resurgent Taliban determined to control the country’s Pakhtunwa province. Gli ospiti di questo centro possono raccontare tristi storie delle proprie esperienze di lavoratori emigrati in Libia. Là erano cittadini di seconda classe in quanto pakistani, di frequente i diritti venivano loro negati. Ciononostante la vita in Libia era meno difficile e più sicura rispetto al Pakistan. Con un lavoro regolare potevano guadagnare abbastanza per aiutare la famiglia in patria e progettare un futuro migliore. Alcune persone tra loro sono originari della regione pakistana detta Swat Valley che negli ultimi due anni è stata zona di guerra tra lo Stato centrale e la guerriglia talebana per il controlo della provincia di Pakhtunwa.
These men have had hard lives. Their disposition and demeanour—peaceful, solemn, and deferential—reflects a humility born of circumstances that have produced in all of them an awareness of the perilousness of lives lived on the margins. Yet, the guests of this centre are skilled workers and labourers, and among them we can find a lab technician, biotech expert, welders, drivers, and agricultural workers. All of them are fluent in Urdu and Arabic, some in Pashto, and two can speak English with great ease. Their versatility and desire to work makes them an asset to any country that would welcome them and provide them with a place in society. And they want to work, make lives for themselves in a new country. However, their days of forced idleness in the centre can only produce resignation and boredom. Despite this, they can do here what they cannot do in the mega-CARA: establish meaningful relationships among a small group of peers, prepare their own meals, start a small garden, and learn Italian through the efforts of a retired schoolmaster who is giving freely of his energies as a cultural facilitator. In this centre, the residents are not an undifferentiated mass of unknowns waiting to be processed by an indifferent bureaucracy. Among the guests present, several have been transferred numerous times from various sites throughout the Italian territory, from one CIE or CARA to another, like so many chattels that can be moved around and ‘stored’ where most convenient. Sono persone che hanno avuto esistenze molto difficili. Il loro modo di fare pacifico, solenne e deferente riflette l’umiltà prodotta dalle circostanze che hanno determinato in loro la consapevolezza di quanto sia pericoloso vivere nella marginalità.  Tra l’altro gli ospiti di questo centro sono lavoratori con esperienza; tra loro possiamo trovare un tecnico di laboratorio, un esperto di biotecnologie, saldatori, autisti e agricoltori. Parlano l’urdu e l’arabo, alcuni il pashto, due di loro conoscono bene l’inglese. La loro versatilità e voglia di lavorare ne fanno una risorsa per ogni Paese che li voglia accogliere e dare loro un posto nella società. Là vogliono lavorare e vivere. D’altronde questi giorni di forzata inattività nel centro producono rassegnazione e noia. Nonostante ciò, qui possono fare tante cose che erano impossibili nel mega-Cara (“Villaggio della Solidarietà”): stabilire relazioni importanti all’interno di un piccolo gruppo di connazionali, preparare i pasti, coltivare un piccolo orto e imparare l’italiano grazie all’impegno di un docente in pensione che ha messo a disposizione il proprio lavoro come facilitatore culturale. In questo centro i residenti non sono una massa indifferenziata di sconosciuti che aspettano di essere trattati da una burocrazia indifferente. Tra gli ospiti alcuni sono stati trasferiti molte volte in vari luoghi del territorio italiano, da un Cie o Cara a un altro, come oggetti da spostare e depositare dove fa più comodo.
The welcome afforded to us by the guests at the centre at contrada Caviglionello demonstrates their agency; we were their guests, and gratefully accepted their hospitality and generous invitation to share a simple meal of fried potatoes and for dessert a classic South Asian dessert, kheer, a pudding made with Basmati rice, milk, rosewater, and cardamom. If these men could benefit from a real integration into the host society, they will develop a true agency, control over their own lives, and the ability to contribute to society in full measure as citizens, as givers of hospitality as well as receivers. This is what they desire, and the first step to the realization of this goal is within reach, so long as the political will is present. L’accoglienza che ci riservano nel centro di Contrada Caviglionello esprime quel che pensano: siamo i loro ospiti e con riconoscenza accettiamo l’ospitalità e il generoso invito a condividere un semplice pasto di patatine fritte e un dolce classico dell’Asia meridionale, kheer, un budino fatto con riso Basmati, latte, acqua di rose e cardamomo. Se queste persone potranno  beneficiare di una reale integrazione nella società che li circonda, potranno sviluppare  la propria azione, essere liberi di decidere delle proprie vite e contribuire pienamente alla società da cittadini che ricevono e allo stesso tempo offrono ospitalità. Questo è il loro desiderio e il primo passo per realizzare l’obiettivo è raggiungibile, se ci sarà la volontà politica.
The contribution of these young men to the social fabric of the Italian polity cannot be overemphasized. Their valuable skills and work ethic are an economic asset, and their cultures, customs, habits, and practices are perfectly in harmony within a context such as Italy, always a land of encounters among peoples of diverse and divergent experiences. Italy’s borders have always been porous, and the peninsula, we all know, has always been both importer and exporter of people, a land of immigrants and emigrants. The arrival of other, non-“western,” peoples and their incorporation into Italian communities represents not a monumental alteration of the composition of the Italian social fabric, but reflects rather a continuity in historical experience founded on a great tradition of hospitality and openness. Il contributo di questi giovani al sistema produttivo della società italiana non va sottovalutato. Le loro abilità e la buona disposizione verso il lavoro sono una risorsa economica e le loro culture, usi e costumi possono restare in armonia in un contesto come quello italiano, da sempre terra di incontri tra popoli molto diversi. I confini dell’Italia sono storicamente labili e la penisola, come sappiamo, ha visto arrivare e partire un gran numero di persone: è terra di emigrazione e immigrazione. L’arrivo di altre popolazioni “non occidentali” e la loro inclusione nelle comunità italiane non costituisce una eccessiva alterazione della composizione della società italiana ma piuttosto riflette una continuità nell’esperienza storica fondata su una grande tradizione di ospitalità e apertura.

(Tony Sorge)

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