L’incompiuta diga di Pietrarossa (III)

L’incompiuta diga di Pietrarossa (III)

Come nasce una “cattedrale nel deserto”

(“Qui Mineo”, 2012.07.09)

[la serie completa degli articoli sull’argomento]

prima paginaL’unico modo per contenere i danni e le devastazioni prodotte dalla siccità che ogni cinque o sei anni colpisce l’Isola è avere riserve d’acqua sicure e costanti. Altrimenti l’agricoltura, soprattutto frutteti e in particolare agrumeti, verrebbe periodicamente distrutta con necessità di sostituire con nuove piante migliaia di alberi morti per la sete.
Risale agli anni Sessanta uno studio preliminare sull’area che si trova lungo il corso del fiume Tempio, che proviene dalla montagna di San Michele di Ganzaria. La zona è localizzata tra la provincia di Catania – zona Calatino Sud Simeto – e la provincia di Enna. I comuni più vicini sono Ramacca, Aidone e Mineo (ma anche Mirabella e Raddusa). L’invaso avrebbe cambiato i connotati dell’area, permettendo molte coltivazioni grazie alla disponibilità di 35 milioni di metri cubi d’acqua.
Secondo alcune fonti i milioni di metri cubi d’acqua sono addirittura il doppio: ben settanta. Sarebbe stato possibile irrigare 21 mila ettari di terreni agricoli, pertinenti a tre consorzi di bonifica che affrontano continui problemi di mancanza d’acqua vista l’insufficiente risorsa della diga Don Sturzo – Ogliastro.
Nel 1982 viene presentato il progetto e ottiene parere favorevole dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nel 1983 e poi nel 1986. Viene finanziato dapprima in due tronconi e poi rifinanziato dalla Cassa del Mezzogiorno – CasMez – nel 1988 per una cifra di 145 miliardi di lire (75 milioni di Euro). Secondo l’associazione Legambiente, che se ne occuperà in seguito, quest’opera non ha mai avuto il parere del Commissario tecnico amministrativo regionale – Ctar. Il progetto è stato inviato nel 1987 alla Soprintendenza ai Beni culturali e ambientali di Catania e non ha ricevuto parere positivo. Doveva anche essere inviato alla Soprintendenza di Enna da parte del Consorzio di bonifica di Caltagirone, che però ha tardato fino al novembre 2001 nel compiere tale adempimento, previsto dalle leggi 1439/39, 1089/39 e 431/85. Inoltre – prosegue Legambiente – il progetto è privo delle autorizzazioni urbanistiche ai sensi della legge regionale n. 65/81 perché non è conforme agli strumenti urbanistici dei Comuni interessati e manca della Valutazione d’Impatto Ambientale, ai sensi del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri – Dpcm – n. 337 del 10.08.1988 (art. 1, lett. L). Infine le zone interessate dai lavori sono sottoposte a vincolo paesaggistico e ambientale ai sensi della legge Galasso (Testo Unico 490/99, art. 146, comma 1°, lett. C).
Il Consorzio di bonifica di Caltagirone effettua gli espropri dei terreni, che diventano così demaniali. I lavori iniziano nel 1989 con un appalto alla Consortile Pietrarossa, formata dalle imprese Lodigiani, Rendo, Cogei e in seguito anche dalla Impregilo. Al cantiere lavorano oltre duecento persone. Il materiale di riempimento della diga viene estratto da Poggio Russotto, nei pressi del castello di Mongialino; l’estrazione avveniva con le mine, finché gli Archeo-club di Mineo e di Catania fecero presente alla ditta che tali esplosioni mettevano a rischio la staticità del castello e da quel momento si lavorò in altro modo.
Nel 1990 durante i lavori nell’area dell’invaso, in una collocazione periferica – contrada Casalgismondo –, si trovano i resti archeologici di una stazione di sosta destinata all’ammasso delle derrate agricole, alla riscossione dell’erario e al servizio pubblico di posta tra Catania e Agrigento – statio capitoniana, età romana tardo repubblicana e imperiale. Il luogo è citato nell’Itinerarium Antonini, fonte del IV sec. d.C. La Soprintendenza di Enna effettua una campagna di scavi tra il 1992 e il 1993 portando alla luce quello che, secondo Legambiente, è un «bene archeologico di straordinaria importanza» che «si configura come fondamentale e rara testimonianza dell’organizzazione del territorio rurale della Sicilia romana, in un punto nodale della viabilità antica». L’area archeologica viene posta sotto sequestro dal tribunale di Enna mentre nel 1997 l’Assessorato regionale dei Beni culturali appone il vincolo archeologico, vincolo che verrà annullato nel 2000 dal Tribunale delle Acque Pubbliche.
La Soprintendenza di Catania aveva dato un parere positivo al proseguimento dei lavori con una variante a salvaguardia del sito archeologico, ma la Soprintendenza di Enna non era dello stesso orientamento e ha mantenuto la propria posizione contraria, conducendo altri scavi tra il 2002 e il 2003. La zona archeologica comprende anche altri siti minacciati dall’invaso della diga e dunque non può essere spostata. Già molti danni sarebbero stati prodotti dai lavori del cantiere ma anche dall’azione di tombaroli, che hanno usato mezzi meccanici pesanti.

Leone Venticinque (continua…)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...