L’incompiuta diga di Pietrarossa (IV)

L’incompiuta diga di Pietrarossa (IV)

(“Qui Mineo”, 2012.07.16)

[la serie completa degli articoli sull’argomento]

Nel maggio 1993, a causa di dissesti sulla sponda destra dell’invaso, vengono sospesi i lavori e si chiede una perizia di variante. Questa verrà approvata nel 1996 e ha un costo di 43 miliardi di lire (22 milioni di Euro), che si dovrebbero trovare nell’Accordo di Programma Quadro sulle risorse idriche ma a quanto pare la faccenda è rimasta ferma. In questa fase interviene anche la magistratura, che indaga dodici persone tra tecnici e responsabili dei lavori per «presunti problemi tecnici»; non trovandosi prove sufficienti a incriminare nessuno, gli imputati vengono tutti scagionati.
Il cantiere della diga continua a intensità ridotta per pochi mesi e poi si ferma nuovamente, stavolta per l’esaurimento delle risorse economiche disponibili. Accade allora che i costruttori chiedono 9 milioni di euro di danni al Consorzio di bonifica, mentre i lavoratori vengono licenziati. L’operaio Salvo Nicodemo e il carpentiere Nuccio Compagnino, ingaggiati dai gruppi di costruttori Rendo e Lodigiani, subiscono il licenziamento nel maggio 1993 con una cassa integrazione di nove mesi e ancora oggi aspettano il pagamento degli ultimi stipendi.
Dei duecento lavoratori soltanto poche decine sono stati miracolati: dodici passano al Comune di Mineo in pianta stabile, altri vengono impiegati in lavori socialmente utili e precariato stabile.
Nel 1997 i lavori riprendono abusivamente per cinque mesi e poi si fermano di nuovo, per il sequestro dell’intera area da parte della magistratura che a sua volta chiede il rinvio a giudizio per le Soprintendenze, per le imprese edili e per le amministrazioni pubbliche. L’opera è rimasta compiuta al 95%: c’è il canalone di distribuzione dell’acqua – da dove l’acqua esce per andare a irrigare – la casa del guardiano, il muro di contenimento, la vasca di rilancio. Mancano da 5 a 7 metri di materiali per completare l’argine, con un costo di 30 milioni di Euro e due anni di lavoro, anche a causa di alcune frane che nel frattempo sono avvenute. Manca soprattutto la messa in sicurezza, che secondo Legambiente costituisce un «grave pericolo per le popolazioni».
Nel 2001 il commissario per l’emergenza idrica in Sicilia, gen. Roberto Iucci, dichiara che «per un sito archeologico non si può lasciare incompleta un’opera determinante per alleviare la sete dei siciliani» e l’anno successivo, aprile 2002, vengono creati due tavoli tecnici regionali per il problema dell’acqua in agricoltura, uno a Palermo e l’altro a Catania, coordinato da Giuseppe Castiglione. A Palermo viene anche firmato tra governo nazionale e regionale un accordo di programma quadro sulle risorse idriche.
Passa ancora un anno e in aprile 2003 il vicepresidente della regione e assessore all’agricoltura Giuseppe Castiglione dichara che dovrà essere il Soprintendente di Siracusa Giuseppe Voza a valutare l’ipotesi di un trasferimento del sito archeologico in altra sede, dando risposta entro un mese. Lo stesso Castiglione riconosce il pericolo di tracimazione in caso di eventi di piena eccezionali per via del mancato completamento della sommità della diga. A luglio 2003 i soprintendenti Giuseppe Voza, Graziella Fiorentini e Carmela Di Stefano consegnano il loro parere sul sito archeologico; un testo nel quale si legge che «appare indiscutibile l’importanza dell’insediamento che si configura sin d’ora come una delle Stationes itinerarie della Sicilia antica di cui siano leggibili la struttura e l’organizzazione […]. Si deve tenere conto che, l’eventuale sommersione, anche dopo una esaustiva esplorazione, porterebbe alla inevitabile scomparsa dell’insediamento che fin d’ora si configura come fondamentale e rara testimonianza dell’organizzazione rurale della Sicilia romana».
Per stabilire se sia davvero possibile spostare il sito archeologico e ricostruirlo in un museo vicino alla diga, l’Ars nel gennaio 2004 stabilisce con un ordine del giorno la nomina di un perito. Sul fronte opposto è Legambiente, che in un documento del marzo 2004 si schiera in modo inequivocabile riguardo all’utilità dell’opera: l’invaso pubblico in costruzione è «inutile e dannoso», oltre che abusivo perché sprovvisto di autorizzazioni necessarie; si torna a sottolineare che l’opera non è stata messa in sicurezza e comporta rischi idraulici per i terreni e gli abitanti della zona. Si chiede perciò che la struttura venga demolita: piuttosto che insistere nel volerla completare, secondo Legambiente, «costerebbe molto meno fermare tutto e ripristinare i luoghi». Il documento non lascia spazio a dubbi o possibilità di mediazione: «A proposito delle fantomatiche necessità idriche della Piana di Catania che furono utilizzate per affermare l’indispensabilità della diga, è forse arrivato il momento di fare chiarezza. Con estrema serietà bisogna cominciare a riflettere sulle enormi quantità d’acqua che ogni anno in Sicilia si “sprecano” per sovrapproduzioni destinate al macero. Sovrapproduzioni che in questo sistema perverso garantiscono lauti guadagni grazie ai contributi alla produzione, ma che contestualmente provocano un’enorme quanto inutile consumo di risorsa idrica».
Il 2004 è l’anno delle dichiarazioni, l’anno delle unità di intenti tra politici e rappresentanze di categoria, l’anno delle avventate previsioni all’insegna dell’ottimismo. A giugno c’è anche la protesta degli utenti dei consorzi di bonifica, che con Giuseppe Mirci si incatenano davanti alla diga e minacciano lo sciopero della sete. Anche da parte della Soprintendenza di Enna con Salvatore Scuto i toni si riscaldano: «il mio dovere è quello di difendere con le mitragliatrici, il filo spinato e i cavalli di frisia il sito» e ripete che lo spostamento non è fattibile: «il sito è lì, è quello, non è una cosa scavata in una roccia o in un blocco di roccia, non è il tempio di Abu Simbel, sono dei sassolini allineati di difficile lettura. Spostarli non ha alcun senso».
E tuttavia i politici rassicurano, fedelmente assecondati da quei giornali che dimenticano con facilità e sono sempre pronti a rinnovare stima e fiducia al potere: nell’aprile 2004 l’assessore regionale Castiglione si sbilancia dichiarando che «la diga di Pietrarossa sarà ultimata» e su “La Sicilia” del 17 aprile così si inquadra la questione da parte del giornalista Lio Miceli: «In decine di aziende agricole si potranno creare centinaia di posti di lavoro. Quanti ne darebbero i resti della “statio capitoniana”, già sommersi dalla fanghiglia? Per carità, gli studiosi fanno bene a difendere a denti stretti questi reperti, ma non si comprende il loro rifiuto a spostarli di qualche centinaio di metri. Forse, a causa della loro intransigenza, rischiano di andare perduti per sempre. È arrivata, dunque, l’ora della decisione. Chi ne ha la responsabilità lo faccia, pensando che in Sicilia ciò che scarseggia è l’acqua. Le testimonianze di un grande passato, non possono frenare il presente. Anche se di quelle antiche vestigia dobbiamo avere il massimo rispetto».
Le stagioni si avvicendano e nel gennaio 2005: le piogge invernali portano oltre un milione di metri cubi d’acqua nell’invaso; i rappresentanti degli agricoltori in lotta per il completamento della diga commentano: «La natura sta facendo il suo corso e ha addirittura sommerso di acqua e fango un sito archeologico che, a parere nostro, è solo frutto di invenzioni. Le ricerche sinora effettuate non hanno sortito gli effetti sperati». L’allora presidente della Provincia Raffaele Lombardo, sollecitato dalle forti proteste, si interessa della questione e ne sottolinea le pericolosità: «È urgente che tutte le autorità competenti prendano atto della grave pericolosità della diga di Pietrarossa che per l’assenza di sbarramenti rischia di tracimare».
Il 25 febbraio 2005 si riunisce al centro direzionale della provincia di Catania il coordinamento istituzionale per promuovere l’immediato completamento della diga di Pietrarossa. Oltre al presidente della Provincia di Catania Raffaele Lombardo partecipano i sindaci della zona e gli amministratori dei consorzi di bonifica di Catania, Caltagirone e Siracusa. Si porta a conoscenza dell’opinione pubblica un caso precedente paragonabile alla diga di Pietrarossa: la diga sul torrente Celone in Puglia, dove il sito archeologico è stato protetto con strati di geo tessuto e ghiaia, permettendo di contemperare la buona conservazione del sito con la messa in funzione della diga. Una sollecitazione raggiunge l’assessore regionale ai beni culturali Alessandro Pagano, che in primavera visita il sito e conferma che «il completamento della diga e la tutela del sito archeologico non sono interessi tra loro in conflitto».
A giugno del 2005 il presidente della Provincia Lombardo interviene di nuovo e attacca il governo dell’Isola: «Nonostante le continue rassicurazioni della Regione registriamo con rammarico il nulla di fatto. Tale condizione oramai non è più tollerata dagli agricoltori della Piana di Catania che non possono sviluppare le loro attività proprio per la carenza d’acqua. Prima che la protesta degli agricoltori riesploda ancora più rabbiosa del passato è necessario intervenire con uno stato di mobilitazione permanente per far sì che le istituzioni competenti si attivino come da impegni presi, ma finora non mantenuti. Nutriamo la fondata preoccupazione che il mancato accoglimento delle aspettative degli agricoltori possa generare nuove forme di proteste con seri rischi per il mantenimento dell’ordine pubblico». Tutti sembrano ignorare che c’è un sequestro giudiziario sul cantiere da parte del tribunale di Enna.

Leone Venticinque (continua…)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...