L’incompiuta diga di Pietrarossa (V)

L’incompiuta diga di Pietrarossa (V)

(“Qui Mineo”, 2012.07.23)

[la serie completa degli articoli sull’argomento]

Nel luglio 2005, di fronte alla perdurante immobilità che ormai da tempo accompagna la vicenda della diga mai inaugurata, vengono messe in atto dai sindaci del Calatino nuove forme di protesta. Si sciopera, si bloccano le attività amministrative; anche la Provincia partecipa alla protesta e il suo presidente, il miles gloriosus Raffaele Lombardo, dichiara: «Tutto langue e tutto è fermo. Siamo a un anno dalle elezioni regionali: o si intraprende una forte azione di protesta, o nulla cambierà per i prossimi cinquant’anni».
Armato delle migliori intenzioni, il presidente  si dà da fare e a causa sua nell’agosto 2005 si riaccendono le illusioni grazie a un incontro tra Provincia (Lombardo) e Regione (Cuffaro). Viene deciso di affidare alla Soprintendenza di Enna il compito di trovare il modo per conciliare archeologia e economia nel caso della diga di Pietrarossa, con una spesa complessiva stimata in cinquanta milioni di Euro. In proposito Cuffaro osserva: «ci saremmo augurati che nei luoghi degli scavi fosse stata ritrovata una nuova Villa del Casale ma, secondo studi già condotti, difficilmente il parere definitivo della Soprintendenza potrà attestare un tale valore architettonico alla scoperta».
Passano altri mesi, l’anno si conclude e al gennaio 2006 nessuna novità è arrivata dal governo regionale, mentre l’area del cantiere è ancora sotto sequestro giudiziario e per parte sua la Soprintendenza di Enna esprime la volontà di compiere altri scavi a Pietrarossa. Si fa sentire allora il movimento politico Alleanza Siciliana che con Nello Musumeci punta il dito contro Cuffaro, il quale a suo dire su Pietrarossa «ha deciso di non decidere». Oltre al cantiere ormai abbandonato, però, anche il dibattito sul futuro della diga sembra arenarsi in un immobile pantano e così passa un altro anno.
Nel gennaio 2007 l’area archeologica viene dissequestrata. Possono così riprendere gli scavi e da parte di alcuni si torna a parlare della possibile “traslazione” del sito archeologico. Intanto si è concluso il processo che va avanti da oltre dieci anni e a maggio arriva una sentenza di assoluzione del tribunale di Caltagirone riguardante il direttore dei lavori della diga, l’ing. Sebastiano Siragusa, processato insieme a altri undici imputati per abuso in atti d’ufficio e truffa aggravata ai danni dello Stato. Era l’ultimo imputato in attesa di sen-tenza, anche gli altri erano stati assolti. Tutta la vicenda risaliva al terremoto del 13 dicembre 1990, che aveva provocato alcuni danni alle opere già realizzate e la conseguente richiesta di un finanziamento integrativo che il processo ha stabilito essere stato regolare.
Mentre il futuro della diga si fa sempre più incerto inizia una guerra legale tra gli enti pubblici e le imprese private. Nell’ottobre 2008: l’impresa esecutrice dei lavori, Imprepar-Impregilo, cita in tribunale il Consorzio di bonifica di Caltagirone per un risarcimento di nove milioni e mezzo di euro.
La storia della Grande Incompiuta in sostanza potrebbe fermarsi qui, se non che, per dovere di cronaca, vanno ricordati gli episodi avvenuti negli ultimi quattro anni: vari interventi di personalità e autorità varie che non hanno avuto finora alcun effetto. Così nel maggio 2010 Legambiente torna a chiedere la demolizione della diga, mentre in giugno l’assessore regionale all’agricoltura e commissario straordinario dei consorzi di bonifica Salvatore Barbagallo dice che una recente perizia di massima ha quantificato in 53 milioni di euro il costo necessario per completare l’opera. In particolare servirebbero 23 milioni per interventi sull’argine della diga, 8 milioni per lo scarico di superficie, 6 mi-lioni per opere di presa e scarico di fondo, 4,5 milioni per la vasca di dissipazione e il canale di restituzione, 3 milioni per gli impianti di sollevamento e altre apparecchiature, 1 milione per la circoscrizione e la messa in sicurezza dell’area archeologica, mezzo milione per il torrino di disconnessione. Le risorse dovrebbero venire dalla rimodulazione dei fondi Per-Fas. Non manca il parere della soprintendente di Enna Fulvia Caffo, che si dichiara disponibile a un accordo per raggiungere gli obiettivi e perfino il governo nazionale prende a cuore la questione organizzando diverse “conferenze dei servizi” nel corso del 2011, alle quali è presente anche il Ministero dei Lavori Pubblici e nelle quali si stabilisce che «il completamento della diga è di interesse supremo». Diversi dirigenti, assessori regionali e presidenti della regione che hanno visitato l’area continuano sempre a ripetere che la diga sarebbe stata completata entro qualche anno.
Come degno finale della inconcludente cronistoria che si è voluta proporre in questa sede ai lettori di “Qui Mineo”, ecco la severa dichiarazione pronunciata nel settembre 2011 dal presidente della Cia – Confederazione Italiana Agricoltori – sezione di Ramacca, Gino Catania: «Lasciare incompiuta da dieci anni la diga è uno scandalo, un’indecenza che un territorio come la Sicilia, e gli agricoltori con la propria dignità attaccati al lavoro e a questa terra, non possono assolutamente più sopportare».

Leone Venticinque

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