La difesa della ditta di Ragusa

Processo del depuratore
La difesa della ditta di Ragusa

di Leone Venticinque (“Qui Mineo”, 2012.07.30)

Nell’udienza del 2 luglio 2012 al tribunale di Caltagirone si è svolta l’arringa dell’avvocato Panepinto, in difesa della ditta Carfì imputata nel pro-cesso. Quanto segue è una sintesi diretta delle dichiarazioni dall’avvocato, per come sono state pronunciate. In un prossimo articolo verrà riportata la sintesi dell’arringa dell’avvocato Carambia, per la difesa degli imputati Mirata e Castania, pronunciata nella parte pomeridiana della stessa udienza.
Questo è un procedimento penale anomalo, per il numero di vittime e per altri motivi, in particolare perché non c’è la parità tra accusa e difesa: oltre al Pm, anche gli altri imputati si sono messi a fare gli accusatori, piuttosto che difendersi per proprio conto.
È un processo fortemente suggestionato, come si vede anche leggendo la notizia di reato per come venne scritta all’inizio della vicenda. Il lavoro è uno dei principali diritti e doveri, come dice la Costituzione. Il terribile evento ha suscitato impressione nell’opinione pub- blica, che non accetta che tutto ciò possa essere stato causato solo dalla negligenza verso le norme sulla sicurezza sul lavoro; l’opinione pubblica si convince che deve esserci anche altro e su questa via si sono mosse le investigazioni; in sostanza, fin dall’inizio si è voluto pensare che fosse inverosimile che sei persone possano perdere la vita senza l’intervento di altri fattori esterni all’impianto, ancorché esso con evidenza sia malfunzionante per conto suo.
Ecco che allora si va a cercare un qualunque “fattore esterno”. Perché?
La dott.ssa Berridge – medico legale – riferisce casi precedenti che sono simili a quello accaduto al depuratore di Mineo, senza che in tutti questi casi si siano trovati altri “fattori esterni”. In un caso morirono ben quattro persone. E allora non è indispensabile questo fattore esterno, in luoghi come il pozzetto c’erano già le condizioni sufficienti per determinare un incidente. E invece si è proceduto attraverso suggestioni e forzature per dimostrare che uno sversamento ci sia stato.
C’è un solo imputato che ha avuto il coraggio di venire in quest’aula a testa alta e parlare sui fatti: il sig. Carfì ha riferito che l’ipotesi dello sversamento era inverosimile: «Avete idea di quello che sarebbe successo nelle vasche dell’impianto? Altro che sciacquare con acqua fresca, ci vogliono grandi quantità di solventi, ancora oggi troveremmo quella sostanza in giro nel depuratore». E allora, l’unico timore che abbiamo è quello dell’ignoranza su questi dati di realtà. Dobbiamo superare la paura del buio, che deriva dalla non conoscenza e allora imparare tante cose: come funziona un autospurgo, cosa si fa nei centri olii, ecc. È un lavoro che i consulenti non hanno fatto.
Noi avevamo chiesto ex art. 507 di fare un esperimento per verificare se dalla posi-zione in cui si trovava il mezzo era possibile fare lo sversamento proprio in quel punto dell’impianto. Io vi dimostrerò che non è possibile, e quindi che per Carfì il processo non doveva neanche cominciare.
I due tubi trovati vicino all’autospurgo non erano stati utilizzati per fare lo sversamento, non esiste un punto dal quale con quei tubi si possa operare in questo modo. È allora chiaro che la ditta di Ragusa si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. L’incidente si sarebbe verificato lo stesso, in questa o in un’altra occasione. Nessuno si è preoccupato di vedere se il giorno 5 giugno 2008 si sia o no fatto un qualche sversamento, perché siccome quel giorno non c’è stato alcun incidente allora manca l’interesse a spostare l’attenzione su questo aspetto per attribuire la causa dell’incidente proprio al presunto sversamento.
Perché i difensori degli altri imputati si sono opposti alla verifica sul campo? Di cosa avevano paura? Vogliono forse continuare a sostenere ipotesi inverosimili? Inoltre c’è da chiedersi perché l’azienda avrebbe interesse a effettuare lo sversamento. Qual’è il movente? Per la ditta quei materiali sono fonte di guadagno, vengono venduti. E dunque sarebbe stato un comportamento da imbecilli. Inoltre nessuno ha osato dire che per fare una cosa del genere doveva necessariamente esserci una complicità da parte di tutti i presenti, ma questo nessuno si è permesso di dirlo qui, gettando altro fango sulla memoria dei defunti.

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