Dalla difesa di Mirata e Castania nuovo fango su chi ha perso la vita

Processo del depuratore
Dalla difesa di Mirata e Castania nuovo fango su chi ha perso la vita

di Leone Venticinque (“Qui Mineo”, 2012.08.06)

Nella seconda parte dell’udienza svoltasi al tribunale di Caltagirone il 2 luglio u.s. ha preso la parola per una lunga arringa difensiva l’avv. Carambia a favore degli imputati Castania e Mirata, all’epoca dei fatti rispettivamente sindaco e assessore ai lavori pubblici del Comune di Mineo.
Secondo l’avvocato il processo sarebbe iniziato con un pregiudizio da parte del pubblico ministero: la convinzione che il depuratore era «una schifezza, un insieme di tubi e vasche completamente inutile». Da qui sarebbe partita l’impostazione accusatoria e anche l’orientamento dei consulenti.
Invece – afferma – sulla base di alcuni elementi si può dimostrare l’esatto contrario: nelle vasche non poteva essersi accumulata una grande quantità di fanghi perché spesso le acque fognarie in entrata prendevano una via diversa nelle campagne sul pendio, senza raggiungere le unità del depuratore. Un dato del genere dovrebbe indicare ancora una volta che il depuratore non ha svolto in modo adeguato il suo compito e invece l’avvocato, senza timore di cadere in contraddizione, subito dopo sosteneva che ciò nonostante «l’impianto funzionava bene per quella che era la sua missione, cioè depurare le acque di scarico».
Anche per quanto riguarda le accuse per l’inadeguata formazione degli addetti, ossia del custode Pulici promosso sul campo gestore unico del sito, l’avvocato si è spinto a sostenere che il fatto non costituiva un problema visto che «il depuratore non aveva bisogno di nulla, era tutto automatico e Pulici capiva quando qualcosa non andava dal rumore, allora si rivolgeva a Zaccaria». Dal processo è emerso che la persona che si sarebbe occupata di istruire Pulici – tale sig. Franceschi, che il tribunale non è riuscito a rintracciare in nessun angolo d’Italia – non aveva titoli di studio nel settore degli impianti di depurazione. Da parte della difesa di Castania e Mirata non si è esitato a dichiarare con convinzione che «non sono i titoli di studio che dimostrano la competenza di una persona».
Le sconcertanti affermazioni dell’avvocato sono proseguite poi sul problema del rischio biologico al quale erano esposti gli operai del Comune chiamati a effettuare periodicamente interventi nell’impianto: a suo dire il rischio biologico sarebbe stato risolto perché «erano stati fatti dei vaccini». Peccato che le persone vaccinate non sapessero neanche a cosa servivano i vaccini stessi, ignorando tutta la tematica del rischio biologico per il quale le leggi prevedono appositi corsi di formazione, che nessuno di loro aveva mai frequentato.
L’avvocato ha preferito in un primo momento non proporre una qualche ipotesi di ricostruzione su come il giorno dell’incidente si sono svolti i fatti, perchè a suo dire «ipotesi se ne possono fare tante ma nessuna appare convincente». Sembra a prima vista di risentire quanto detto pubblicamente a Mineo dal sindaco Castania lo scorso 11 giugno, cioè che «la verità non si conoscerà mai». E invece le cose  stanno diversamente e con il procedere dell’arringa si può cogliere in modo chiaro dove l’avvocato vuole arrivare, nel tenta-tivo di portare con sé i giudici. Tutti «inattendibili» sarebbero i testimoni indiretti, come il pastore Monaco o i due dipendenti della ditta di Ragusa intervenuti il giorno 6 giugno 2008 nel primo tentativo non riuscito di risolvere il problema nell’impianto, «inattendibili» perché «hanno reso dichiarazioni contraddittorie» ma allo stesso tempo «si sono accordati prima su quello che dovevano dire al processo». Una volta sgomberato il campo, compiuta questa operazione di azzeramento delle fonti sulle quali si erano basate tutte le ricostruzioni della dinamica degli eventi mortali, ecco farsi spazio la vera tesi tenuta nascosta fino a questo punto e finalmente gettata sul tavolo proces-suale senza curarsi di portare prove a sostegno: quel giorno vi sarebbe stato lo sversamento di sostanze tossiche nel depuratore e tutti i sei operai ne erano consapevoli, era una «prassi abituale, che veniva fatta senza informare nessuno». A quel punto tra loro «inizia lo stress perché bisogna eliminare le tracce del misfatto e tutti perdono il contatto con la realtà», cadendo infine vittime del proprio comportamento. Perciò colpevoli e responsabili sarebbero tutti – o quasi tutti – già stati puniti con la morte per i loro errori, anche se l’avvocato non esclude che nell’ufficio tecnico del Comune vi potessero essere altre connivenze, tesi questa che verrà certo respinta con forza da parte dei difensori degli imputati Zampino e Catalano quando arriverà il loro turno.
A conclusione della propria arringa, l’avvocato ha chiesto l’assoluzione piena per Castania e Mirata, anche in ragione del fatto che entrambi «non avevano l’obbligo di verificare nulla direttamente per quanto concerne il depuratore di Mineo ma dovevano solo attenersi a quanto scritto sulle carte. Carte secondo le quali tutto andava bene e non c’era alcun problema».
La prossima udienza del processo è stata fissata al 18 settembre p.v. ore 15, con le ultime due arringhe difensive.

Leone Venticinque

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