La violenza razzista contro chi lotta per i diritti umani

Georges Alexandre racconta la Lampedusa dell’emergenza migranti 2011
La violenza razzista contro chi lotta per i diritti umani

di Leone Venticinque (“Qui Mineo”, 2012.09.24)

L’attivista franco-canadese Georges Alexandre con la sua canoa sta compiendo un viaggio nel Mediterraneo per denunciare le politiche europee di gestione dei migranti. È partito un anno fa da Tunisi: «Voglio raggiungere Bruxelles, navigando anche attraverso fiumi e torrenti, perché non è l’Italia da sola, né i singoli stati a poter risolvere il problema dell’immigrazione».
Per questo passerà per tutta la costa Tirrenica dell’Italia, la Costa Azzurra fino a Marsiglia, da cui attraverso il Rodano, la Saône e i canali raggiungerà Bruxelles dove presenterà la sua petizione al Parlamento europeo. Con una richiesta specifica: la creazione di un’Organizzazione di Gestione dell’Immigrazione e delle Domande d’Asilo (OGIDA): www.firmiamo.it/ogida
Secondo i dati di Fortress Europe, dal 1988 sono morte nel tentativo di raggiungere l’Europa, alle sue porte, almeno 18.455 persone. 2.352 solo nel 2011. Vittime di naufragio e prima ancora di un traffico di esseri umani che frutta ogni anno 32 miliardi di dollari. Un affare illegale e disumano che si intreccia, drammaticamente, a quello assolutamente lecito gestito direttamente da Bruxelles: «L’Europa regala decine di miliardi di euro a paesi che non sono per nulla interessati a cambiare le cose perché l’immigrazione è diventata un business. I centri di accoglienza sono quasi tutti privati. A Lampedusa una ditta privata ha ricevuto in 9 mesi 9 milioni di euro. A Mineo, ogni anno, la stessa ditta ne incassa altri 6».
Georges sottolinea di comprendere chi – e sono molti in Italia – vive con forte disagio la presenza di migranti nel nostro Paese, «capisco chi non ne può più, chi teme un’invasione. Per questo l’immigrazione va gestita e organizzata nel modo più umano e dignitoso possibile».
A Lampedusa, l’isola che è spesso la prima frontiera per tanti disperati che fuggono da un destino di morte, Georges ha vissuto un’esperienza pesante in prima persona, che ci fa capire come si innescano i sentimenti di odio e con quale facilità possono distruggere la pace e la convivenza per tutti. Vogliamo raccontarla qui.
È la notte tra il 20 e il 21 settembre 2011. Nei mesi precedenti il tema dell’emergenza migranti aveva investito continuamente l’opinione pubblica. Georges è nell’isola per osservare e documentare cosa sta avvenendo, per quali ragioni i profughi protestano e come vengono trattati.
In serata, nella pubblica via, si avvicina a Georges un uomo che subito mostra di voler provocare e aggredire. Dagli insulti si passa alle vie di fatto: l’energumeno è scatenato e tira pugni, colpi di bottiglia, oltre a sputi e frasi urlate come «sei uno sporco straniero, non hai il diritto di stare qua». Le violenze finiscono solo quando altre persone intervengono a fermare l’aggressore. Georges, ammaccato ma per nulla intimorito dall’attacco che ha appena subito, rimane sul posto e continua a svolgere il proprio compito di osservatore per verificare cosa succede ai profughi. I lampedusani presenti insistevano invece perché stesse alla larga, visto che rischiava di essere ammazzato. Neanche fare una denuncia alle forze dell’ordine sarebbe stato d’aiuto perché i testimoni avrebbero mentito e dato la colpa a lui, non al criminale loro compaesano.
Non erano mancati, nel corso della giornata, gruppi di persone che andavano in giro armate di bastoni per “dare una mano” alla polizia scatenandosi su chiunque gli capitava sotto tiro, soprattutto contro i giornalisti indipendenti. Anche nei giorni successivi rimaneva pesante il clima di intolleranza, con squallidi individui che gridavano dai bar che i profughi andavano abbattuti in mare o messi al rogo sulla pubblica piazza. Così si esprimevano gli estremisti, mentre i “moderati” sostenevano che era solo grazie agli atti razzisti se l’isola era stata vuotata in due giorni.
Quanto è successo a Georges Alexandre è solo uno dei gravi episodi che giornalisti, cameraman e militanti dei diritti umani hanno dovuto subire a Lampedusa, in un contesto che ha dato prova di essersi davvero deteriorato nel livello della civiltà umana, perché i razzisti violenti sono accompagnati dal consenso di tanti, mentre altri non hanno la voglia o il coraggio di prendere le distanze a viso aperto. L’odio razziale ha coinvolto perfino alcuni nordafricani da tempo residenti sull’isola, con lavoro e famiglia, a tal punto che per le strade tutti facevano finta di non conoscerli e li scansavano.
È bene che ogni potenziale turista sia informato di questi fatti e, prima di scegliere Lampedusa come mèta delle proprie vacanze, pensi bene in quale compagnia repellente potrebbe trovarsi, in mezzo a quanto odio e a quanta ipocrita ospitalità.  Per fortuna le eccezioni non mancano: Georges testimonia che in un ristorante nei pressi del molo venivano preparati pasti distribuiti gratuitamente ai profughi. È necessario che le persone civili che vivono a Lampedusa escano allo scoperto e si impegnino a restaurare l’immagine sporcata della propria isola.

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