La malasorte di Nello Musumeci

Elezioni regionali in Sicilia
La malasorte di Nello Musumeci

di Leone Venticinque (“Qui Mineo”, 2012.10.08)

Certe cose accadono per caso, altre per coincidenza, altre ancora – quelle meno desiderabili – sono dovute anche a scelte e azioni di chi poi si trova a piangerne le conseguenze. Nel caso della carriera politica di Nello Musumeci, in particolare nei suoi momenti cruciali, alla luce dei fatti non si può escludere che una certa qual dose di sfortuna abbia giocato di volta in volta un ruolo non secondario. D’altra parte quei cattivi risultati potrebbero anche essere stati il frutto di analisi politiche errate, soprattutto riguardo alla scelta degli alleati.
Vent’anni fa il giovane bancario Sebastiano Musumeci, dopo aver coperto ruoli elettivi di consigliere comunale a Catania e poi di consigliere provinciale nello stesso capoluogo, si candida alla presidenza della provincia con il solo Movimento Sociale Italiano e vince le elezioni. Sono in molti a ricordare con giudizi positivi quel mandato, dal 1994 al 1998, quando anche nella regione più a sud, come nel resto dell’Italia, la tempesta distruttiva che si era abbattuta sui grandi partiti storici e in particolare sulla Democrazia Cristiana aveva creato un vuoto e contribuito a liberare – temporaneamente – la relazione tra corpo elettorale e classe politica da certi pluridecennali legami di varia natura non virtuosa. Accade così che in quei quattro anni, mentre Musumeci deve dedicarsi anche al proprio ruolo di deputato al Parlamento Europeo di Bruxelles, l’organismo amministrativo della Provincia di Catania fa quello che deve fare: si occupa della malridotta viabilità di sua competenza, cerca di non sprecare le risorse disponibili, tiene conto anche del settore culturale con alcune iniziative che dureranno per un certo tempo. Non manca, a quanto pare, di dare anche qualche fastidio se si considerano alcune minacce che Musumeci avrebbe ricevuto, con conseguente assegnazione della scorta per proteggere la sua incolumità.
Allo scadere del mandato nella Provincia si torna a votare. Nel 1998 il mutato assetto dei partiti, con Forza Italia e l’alleanza di centrodestra ormai dotata di un grande potere grazie alla transumanza di tanti ex democristiani detentori di solide reti clientelari e tanti voti, si traduce nella ricandidatura di Musumeci da parte di una coalizione nella quale il suo partito, nel frattempo evolutosi in Alleanza Nazionale, è parte minoritaria benché significativa. Con simili alleati si vince sicuro, cedendo in cambio un po’ della propria indipendenza.
Con il 2003 si chiude l’esperienza amministrativa del centrodestra presieduto da Musumeci nella provincia catanese e ha inizio una serie di disavventure elettorali. Due anni dopo, nel 2006, dall’esilio dorato di Bruxelles il fondatore di Alleanza Siciliana, piccolo partito frutto della sua rottura con Alleanza Nazionale, torna nell’Isola in qualità di candidato alla presidenza della Regione, come si raccomanda a ogni carriera politica di successo nella normale scalata alle cariche di maggior prestigio e responsabilità. Era abbastanza fresca nell’opinione pubblica la positiva impressione del Musumeci amministratore alla Provincia, ci si sarebbe potuti aspettare con buona probabilità un successo a livello regionale… e invece no. Il centrodestra ha scelto un altro candidato, Cuffaro, che con l’avversaria di centrosinistra Borsellino prende il 94,7% dei voti siciliani. A Musumeci un misero 5,3% che dimostra in quella fase quanto poco possa valere il buon nome di un candidato a fronte del controllo dei voti legati a motivi di inte-resse, necessità o ricatto. Malasorte?
Passano altri due anni e si vota il nuovo sindaco di Catania. Dal punto di vista della carriera sarebbe un arretramento ma di meglio non c’è, vale la pena tentare anche perché si gioca in casa. Alleanza Siciliana si è fusa nel partito nazionale “La Destra” e di nuovo Musumeci prova a vincere in autonomia dalle forze maggiori del centrodestra che hanno scelto Stancanelli. Un’altra sconfitta: non arriva neanche al ballottaggio. Malasorte?
Nel 2009 termina il mandato di Musumeci al Parlamento Europeo e all’orizzonte mancano prospettive attraenti, quand’ecco che con la rottura tra Fini e Berlusconi qualcosa di insperato si apre a livello nazionale. Il governo a guida Pdl ha bisogno di aiuto, i problemi sono tanti e dal Cavaliere arriva la proposta più tentatrice: un posto da sottosegretario. Durerà lo spazio di un’estate, dall’aprile al novembre 2011, quando tutto finisce tra le polemiche più violente tra partiti e Istituzioni dello Stato, determinando il commissariamento dell’Italia con Monti e la sua squadra di esecutori fallimentari.
Quest’anno ai primi di agosto in Sicilia cittadini e elettori hanno saputo che un governo cadeva e che si sarebbe votato a fine otto-bre, se non prima. Le segreterie politiche si sono dovute allora attivare in tutta fretta per definire alleanze e candidature alla carica di governatore regionale.
Il Pdl, dopo la brutta esperienza con il precedente candidato “infedele” Raffaele Lombardo, avrebbe voluto portare qualcuno tratto dalle proprie file, ma si dà il caso che per una serie di fattori il livello di popolarità dei suoi rappresentanti, in Sicilia e non solo, è ai minimi storici e da questo nasce il tentativo di salvare il salvabile attraverso la strategia del travestimento che ha in Musumeci il suo strumento fondamentale.
Anche stavolta – ancora una volta – la malasorte sembra legata come un indeside-rato coniuge all’ormai maturo politico di Militello, e forse in modo peggiore che nei casi precedenti. Infatti ancora non si sa come andranno le elezioni, Musumeci potrebbe perdere e dimostrare così prima di tutto a sé stesso che il Pdl ormai è tutt’altro che un carro sicuro per arrivare ai posti di governo, e che forse questa poteva essere l’occasione giusta, a differenza delle precedenti, per andare davanti agli elettori senza zavorrarsi con una banda di riciclati. D’altra parte Musumeci potrebbe vincere, e dal giorno dopo inizierebbero una lunga serie di problemi dovuti al fatto che i miracolati del Pdl, in particolare quelli del “listino” come Pogliese e altri uscenti ansiosi di rientrare, difficilmente daranno prova di un ravvedi-mento operoso e potrebbero ben presto iniziare a ricattare il governatore, fino a rifiutargli il sostegno in assemblea regionale, come già è successo nei confronti di Lombardo, costringendo a quel punto Musumeci a gettare la spugna per mancanza di numeri o a arrischiare il passo più infamante, quello della “stampella” targata Pd per tirare avanti a tutti i costi… tanto paga la Regione.
In conclusione viene da chiedersi se questa grande e tribolata isola del Mediterraneo si possa ancora permettere di perdere tempo, facendosi carico dei problemi che un personaggio politico ha con la propria malasorte. Cosa ne pensano i siciliani?

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