La fame arriva al cimitero di Mineo: che fare?

di Leone Venticinque (“Qui Mineo”, 2013.01.07)

Brutto segno. Un furto come quello accaduto nella notte tra il 30 e il 31 dicembre ricorda i tempi tristi dell’immediato dopoguerra, dove anche nei Paesi più avanzati – e usciti vincitori – come la Gran Bretagna, se una camicia era lasciata fuori a asciugare si rischiava con forte probabilità di non trovarla più. A essere presi di mira sono stati dei beni dal valore commerciale piuttosto modesto: i portalampade e portafiori in lega di rame che adornano i loculi. Centinaia le tombe saccheggiate.
La notizia, corredata dalla foto qui sopra riprodotta (opera di Giuseppe Macedone), è circolata subito in rete. Si susseguono numerosi i commenti da parte dei menenini; prevale la riprovazione per la grave mancanza di riguardo verso quel particolare luogo, che conserva ricordi e sentimenti; si pronuncia la pubblica condanna verso gli autori del furto, un atto che in qualche modo viene assimilato allo sfregio vandalico. Come non di rado accade nel paese: ricordiamo che tempo fa al cimitero venne gettata nella valle sottostante una delle scale che serve a accedere ai loculi soprelevati. Quella volta niente bottino, solo il piacere di aver passato una serata diversa dalle solite, parcheggiati in qualche bar tutti col bicchiere nelle mani e la noia nella testa.
Della videosorveglianza si parla da tempo. Probabilmente il progetto non prevedeva di includere anche un luogo come il cimitero, a questo punto non c’è angolo del paese che si possa dire al riparo da possibili furti: la Via Crucis sotto il castello, con le sue decorazioni in bronzo e marmo per ogni edicola? I vasi da fiori messi sulle balaustre? I tombini per terra? Le lampadine dei lampioni? E via elencando… D’altra parte, proprio questo recente avvenimento spiacevole dovrebbe far riflettere su quanto davvero lo strumento del controllo e della repressione si possa considerare il migliore, se non l’unico che si vuole attivare, per contrastare i furti. Qui dobbiamo distinguere fatti del genere dal vandalismo fine a sé stesso: ci troviamo di fronte invece al segnale di un disagio economico che ha toccato il fondo. E non saltiamo subito alle facili conclusioni che, essendovi i menenini sepolti in quel luogo, le mani dei ladri necessariamente dovessero provenire dall’esterno. Tra l’altro, di recente il cimitero di Mineo ha iniziato a diventare multietnico e multiculturale, visto che ha accolto il corpo di un migrante il quale – va detto – con un po’ di prevenzione per i pericoli della strada da parte di chi dirige il Cara sarebbe ancora in vita. È solo grazie alla sua morte se l’idea dei contrassegni colorati è stata messa in pratica, e c’è gente che riceve uno stipendio da direttore per lavorare in questo modo indegno.
No. Non si può escludere nulla, neanche che gli autori – uno o più di uno – siano compaesani e abbiano preso prima di tutto gli arredi delle tombe delle proprie famiglie e poi quelli delle altre.
C’è la crisi e nessuno può chiamarsene fuori, neanche i defunti. Di fronte al lavoro che manca, alle tasse che aumentano, all’arretramento dello Stato sociale per i tagli già fatti e quelli ancora da fare – un miliardo di Euro si dovrà rastrellare in Sicilia nel corso del 2013 – le soluzioni temporanee o definitive per chi si trova in gravi difficoltà sono sempre quelle: il suicidio, il furto o la protesta collettiva.
Miseria e povertà sono anche problemi di ordine pubblico, ma i rimedi vanno trovati altrove. Sul medio e lungo periodo le risposte potrebbero venire da uno sviluppo economico che finora è mancato da queste parti, sostituito per molti decenni dall’emigrazione e dal debito pubblico che è stato distribuito in stipendi e salari spesso privi di controvalore reale, tanto per campare. Nel frattempo, però, occorre agire rapidamente. La Sicilia è la parte più debole dell’Italia, che già è tra i malati d’Europa in compagnia di Paesi dove si vendono alimenti già scaduti con lo sconto. Mentre altre zone più attrezzate affrontano la crisi, la Sicilia sprofonda nella disperazione irrimediabile e si rischia di vederla arrivare ai tempi migliori – quando verranno – dopo aver distrutto tutto, perfino quel poco di infrastrutture produttive che ancora ogni giorno stentano a tirare avanti. Sarebbe uno scenario postbellico e desolato, né più né meno della Libia o dell’Iraq.
Tutti insieme, in una azione ultimativa, dobbiamo mettere le istituzioni centrali dello Stato di fronte a un vero e proprio ricatto, senza mezzi termini: o si danno risposte immediate come la detassazione e l’apertura del credito per famiglie e partite iva, oppure presto l’Italia sarà più corta e sulle cartine geografiche si tornerà a scrivere, sotto il confine di Roma o di Firenze: hic sunt leones. Nessun politico italiano potrà più andare in Europa fregiandosi di rappresentare l’intero Paese. Al massimo ne rappresenterà mezzo e per l’altro mezzo dovrà alzare le spalle dicendo che non ne sa niente, ma che non si arrischierebbe mai a scendervi, perché tiene cara la pelle.
Ricordiamo che, solo un anno fa, la Sicilia ha vissuto giornate che nessun altro Paese europeo ha avuto il coraggio di affrontare. C’è chi dice che i forconi sono stati il problema, che si sono persi un sacco di soldi. Io vorrei proprio sapere dove sono tutti questi soldi, e dove passano le ricchezze da favola in tutti questi mesi che nessuno ha disturbato il sistema, con la sua normalità fatta di rapido declino, con la sua tranquillità dei cimiteri saccheggiati, degli anziani scippati, degli uffici postali rapinati.
Un affamato che non ruba e che non lotta, probabilmente è già morto e non lo sa.

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