Si salvi chi può

In fuga da Mineo. Dove i cittadini italiani sono ospiti indesiderati

Si salvi chi può

Leone Venticinque (“Qui Mineo”, 2013.08.26)

Giorno e notte, sempre di più, il “Villaggio della Solidarietà” continua a integrarsi fino in fondo con il paese di Mineo, le sue strade, le sue campagne, le case dentro e fuori il borgo, i frutti della terra, i vizi privati e l’economia parallela del baratto secondo il proverbio «ciò che è tuo è mio, o lo diventerà molto presto».
Viaggiando sulla Catania-Gela, la adiacente struttura del Cara appare circondata da una rete alta e robusta, completa di filo spinato. È l’eredità del precedente utilizzo da parte delle forze armate Usa per proteggere le famiglie dei militari da eventuali intrusioni e minacce di tipo terroristico o bellico. Oggi, nel mutato assetto dei luoghi, la stessa recinzione dovrebbe fungere in una maniera esattamente opposta: limitare il passaggio delle persone che sono ammassate dentro al Cara nei soli varchi consentiti e sorvegliati dalle forze dell’ordine, in uscita e in entrata, secondo gli orari stabiliti dalla direzione. Invece, lasciata la statale e avvicinandosi di più al confine, ecco come si vede nella sua pietosa realtà questo strumento di sicurezza e controllo. È ormai ridotto a un fantoccio inutile, un colabrodo sforacchiato in tutto il suo perimetro, soprattutto nelle zone più oscure e incontrollate da dove si entra e si esce come e quando si vuole. Ridicolo oltre ogni misura appare di conseguenza l’apparato muscolare che fa bella mostra di sé all’ingresso principale, con tanto di camionette blindate, militari equipaggiati di tutto punto, mitra spianati e via elencando nella loro suprema pomposa inutilità. Anche all’interno del Villaggio ormai vige la legge della giungla e del più forte, mentre gli agenti non possono fare altro che stare a guardare perché numericamente in svantaggio e dunque di fatto inefficaci, inesistenti.
Tempo fa, fino alle ultime elezioni amministrative, a quanti nel paese mi comunicavano le proprie ansie come mariti e genitori, a quanti esprimevano in confidenza il crescente senso di insicurezza che li tormentava in quanto adulti responsabili e non completamente accecati dalla prospettiva di ricevere qualche briciola in premio per la propria complice omertà, rispondevo di avere fiducia, consigliavo di scegliere bene con il voto chi li avrebbe rappresentati nelle istituzioni locali per fare l’interesse di tutti, il bene dei padri e delle madri che hanno creato e stanno cercando tra mille disagi di allevare in terra di Mineo i menenini di domani.
A cose fatte, dopo aver visto vincere il calcolo più miope, in spregio e incuria verso la ragione, che continuamente ha davanti agli occhi gli evidenti segni e annunci del pericolo che tante prove da della sua presenza, non posso più consigliare a nessuno una resistenza che sarebbe vanagloriosa e temeraria, quasi suicida, visto che sono venute a mancare le pur minime basi per dare un senso alla parola “coraggio”. Se io fossi al loro posto prenderei in seria considerazione la scelta di dare una mano al progetto di pulizia etnica che ormai si palesa inflessibile e ben determinato a procedere fino al proprio supremo compimento.
Pulizia etnica. È in atto una sostituzione degli abitanti di Mineo, un avvicendamento che sfugge solo ai ciechi negli occhi o nella coscienza. Le fasi del progetto sono varie e rese nebbiose, ma la strategia è unica: dopo aver installato la “testa di ponte” per l’intera Europa che è il Cara di Mineo, si confidava giustamente che le interminabili fughe dai molti inferni della Terra avrebbero fornito via mare nuove risorse umane ogni estate, come ancora sta avvenendo in queste ore in conseguenza del conflitto siriano. Il Cara ha una capacità nominale di tot persone? Nessun problema, le carceri sovraffollate d’Italia lo insegnano: uno Stato può violare le proprie regole senza alcun timore e dunque avanti, c’è posto, forza che ci stringiamo, più ce n’è meglio è, i prati dove dormire la notte non mancano, siamo d’estate e se piove… ci si rinfresca.
Tanta gente? Si raddoppia, così la direzione e l’autorevole consorzio dei Comuni potranno chiedere che sia incrementato l’organico, dunque nuovi posti di lavoro… I menenini abbiano fiducia che tutto sarà fatto nella massima correttezza formale e sostanziale, dato che il consorzio è presieduto da un sindaco che brilla come mai nessuno prima per autonomia, indipendenza e fermezza nel mettere al primo posto senza cedimenti l’interesse di tutti i menenini e non mai – giammai! – le pretese spartitorie di un folto codazzo famelico, un comitato elettorale che ora ha assunto vesti para-istituzionali, bivacca a tutte le ore nelle stanze del sindaco e fa bella mostra di sé anche in processione; perfino in chiesa non manca di dare il buon esempio, seduto al completo, tutto impettito in prima fila perché ciattocca.
Peccato che il sistema di assunzioni sia sempre lo stesso, sempre la stessa è la porta dove andare a bussare; solo la via nel frattempo è stata adeguata nel nome ai tempi che corrono. E mentre qualche menenino si rallegra per essere stato miracolato – almeno finché dura il miracolo – dai donatori di lavoro, il progetto di pulizia etnica va avanti indisturbato e prima o poi lo riguarderà molto da vicino anche a lui, al miracolato senza vaccini (se li vuole, che se li paghi).
Tutto per il Cara, c’è solo il Cara e il resto può soccombere. Grazie alla impraticabilità delle coltivazioni nella Piana, che ormai sono nelle mani di non si sa chi. Grazie alla totale mancanza di una politica di valorizzazione economica e turistica che vada a beneficio di artigiani, commercianti, ristoratori, ecc. Grazie al sempre più forte disincentivo per qualsiasi investitore potenziale a venire a rischiare un euro dalle nostre parti. Si parli pure di “zone franche” nell’area artigianale: questa è la beffa e l’alibi delle cattive coscienze per coprire quello che sta accadendo, cioè l’annullamento di ogni entità economica indipendente perché tutti, nessuno escluso, nel più breve tempo dovranno piegarsi a chiedere il pane della «più grande azienda del Calatino», il Cara appunto.
Tuttavia si capisce che è impossibile mantenere una comunità di migliaia di persone in questo modo, e allora che si fa? La vecchia ricetta funziona sempre: non resta che partire, spalummare, levare il disturbo e lasciare spazi che finalmente potranno trovare utile reimpiego, l’uso solidale come non mai. Insomma, che brutti mostri siete, vorreste forse negare un tetto, vitto, alloggio, bollette pagate, abbigliamento e arredamento, scuola, sanità, formazione, inserimento lavorativo garantito e congrua pensione a degli esseri umani? Non sia mai! Si facciano pure le fiaccolate-passerella dei buoni sentimenti che non costano niente.
D’altra parte, mi chiedo se i concittadini di Mineo che vanno via, i giovani e i meno giovani che ancora una volta partono per l’ignoto come i nonni e i padri costretti a cercare altrove un alloggio ecc. pagati con il proprio lavoro, siano considerati anche loro esseri umani da queste istituzioni, oppure no. Me lo chiedo perché la diseguaglianza, la disparità di trattamento è abnorme, spropositata, crudele e profondamente razzista.
E così, ciascuno tra noi vive in silenzio il proprio dramma, nessuno ne parla. Sei stato aggredito, hanno aggredito un tuo familiare? Puoi anche sporgere denuncia, per quello che vale, forse farà solo aumentare una impotente rabbia, un senso di abbandono, l’onnipresente tentazione barbara di fare giustizia con le proprie mani. Intanto vanno scomparendo le ultime tracce di una bella e millenaria civiltà dell’accoglienza, che io stesso nel lontano autunno 2008 ho potuto sperimentare e apprezzare e che ormai viene sostituita da paranoie, inquietudini, ansie e angosce stratificate che solo certi derelitti cani di mannera si ostinano a negare, mentre con la bava alla bocca, incatenati a guardia del sistema che li sfama da generazioni, abbaiano furiosi con gli occhi fuori dalle orbite in modo sempre più imbarazzante, disperati perché giustamente hanno paura e temono chi minaccia il loro piccolo osso da spolpare. Poi, di fronte all’irreparabile, all’incidente annunciato da tempo, sapranno trovare qualche capro espiatorio di comodo per lavarsi le mani da ogni responsabilità e nuovamente riciclarsi nell’eterna classe dirigente ereditaria.
Nel frattempo, mentre a Mineo per la prima volta compaiono striscioni in bella vista a firma del partito ultranazionalista Forza Nuova, auguro ai concittadini di Mineo di aver fatto bene i propri conti e di essere consapevoli di quello che stanno rischiando, «come d’autunno sugli alberi le foglie», con la propria indifferenza di facciata, che si fa accarezzare dai continui intrattenimenti, svaghi e divertimenti di piazza buoni per non pensare più a niente, come la recente sfilata delle aspiranti nipotine di Mubarak. Oppure, finalmente, decideranno di prendere in mano il proprio destino e di cambiare passo, nel segno dell’interesse comune, nel segno della ritrovata dignità? Per il risveglio si preghi, si creda, si combatta.

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