2014.01.22 – Se cade Mineo, cade l’Italia. Dialogo con Roberto Fiore, segretario nazionale di Forza Nuova

Se cade Mineo, cade l’Italia – dialogo con Roberto Fiore, segretario nazionale di Forza Nuova

Domanda – Per il prossimo sabato è prevista una vostra presenza a Modica e poi a Mineo. Come vi siete organizzati per questa presenza in Sicilia?
Risposta – Per i dettagli bisognerebbe chiedere al segretario regionale Provenzale, io so che c’è un’assemblea regionale dei nostri quadri e poi a Modica un incontro delle associazioni anche legate al volontariato, oltre che alle sezioni di Forza Nuova.
D – Questo mi sembra indicare una vostra volontà di dialogo con altre componenti della società attiva… Anche qui in Sicilia c’è un certo attivismo, un certo fermento di tante realtà, anche perché ormai certe battaglie tanti partiti le hanno completamente abbandonate. Al di là del colore politico, ci sono alcune cose che i siciliani sentono abbastanza, come per esempio il tema del Muos che ha visto partecipare tanta gente alle varie manifestazioni. Le persone vogliono azione politica ma non la trovano nei partiti del Parlamento attuale. Ciò probabilmente vi può interessare.
R – Il sistema siciliano si sta adeguando a questa situazione o sta tentando di adeguarsi e quindi si è inventato Crocetta, il Megafono, i Cinque Stelle per apparire in un certo modo “extraparlamentare”, però in realtà noi abbiamo visto che è veramente tutto immobile, i poteri che erano forti prima sono più forti oggi, il Muos purtroppo è lì, la mafia anche, lo stesso vale per i potentati. Quindi è ovvio che le aspirazioni di forte cambiamento dei siciliani sono state già tradite.
D – D’altronde si assiste a una involuzione veloce, perché la “carta” Crocetta è già entrata in crisi.
R – Se si fa uno studio fisiologico del sistema, questi sono dei ricambi e delle mascherature che vengono fatte ma hanno una durata, non possono durare dieci anni ma un’anno o due. È anche il caso dei Cinque Stelle, adesso c’è stato un tentativo di gestire il fenomeno dei forconi. Il sistema è molto attivo nell’impedire che quella deriva nazionalpopolare si trasformi in qualcosa di più forte e si leghi magari a un movimento politico come il nostro. Questo è il vero incubo del sistema.
D – Le iniziative che erano state previste dal movimento dei forconi – poi confluito in un soggetto più ampio con la data del 9 dicembre – in Sicilia in particolare si sono imbattute in una sorta di stretta antidemocratica a causa delle diffide da parte delle questure con regi decreti, per cui i presidi anche – pacifici senza creare ostacoli – venivano di fatto resi impossibili. È una situazione che continua anche ora.
R – Hanno voluto renderli impotenti. Secondo me la tecnica usata è quella del bastone e della carota: i camion si mettono in mezzo? C’è qualche blocco? Arrivano i celerini, sciolgono, arrestano e intervengono armata manu. Non fate questo? Allora in cambio facciamo in modo che abbiate un’ampia esposizione mediatica. Il risultato è che nel momento in cui tu togli il mordente a una situazione del genere, automaticamente la stai condannando a sfiatare dopo due o tre settimane, come sta avvenendo. Tra l’altro sappiamo che dai servizi segreti sono stati contattati tutti i capi e gli è stato imposto assolutamente di non avere nessun contatto con Forza Nuova. Gli hanno dato una sorta di percorso obbligato. Io parto sempre dalla buona fede delle persone, ma anche nella più completa buona fede una rivoluzione con i servizi segreti non la fai, dovresti essere contro questi poteri.
D – Questo percorso guidato avrebbe in qualche modo delle ricadute politiche, ci possono essere delle promesse in questo senso?
R – Secondo me no, la cosa più ovvia sarebbe pensare che Ferro entra in Forza Italia. Questi sono dei giochi che hanno diverse soluzioni, diversi esiti, come quei film americani che hanno diversi finali. È chiaro che se ci fosse stata una più forte partecipazione alla manifestazione di Roma [18 dicembre 2013, N.d.R.] ci poteva essere un altro finale. Per esempio noi abbiamo messo in guardia perché c’erano delle cose strane, dei video strani, gente che parlava di colpo di Stato, militari, cose bizzarre che erano delle scimmiottature, erano delle cose ridicole ma ciò non toglie che potevano fornire il materiale per un magistrato fazioso, ben ammaestrato, per spiccare mandati di cattura, come poi hanno fatto magari per motivi più seri a Trani l’altro giorno per dire che c’è stato un tentativo di insurrezione dello Stato, che d’altronde era confermato dalle frasi stupide che alcuni dei leader dicevano: arriveranno i generali, il Parlamento è sospeso e cose del genere. Quella era una manovra, probabilmente ce ne sono altre ma non le hanno messe nemmeno in funzione perché in questo momento il fenomeno è pressoché fermo.
D – In Sicilia lo slancio iniziale dell’attesa era stato abbastanza forte, ricordo una affollata assemblea a Catania il 29 novembre dove tra l’altro erano presenti molti vostri militanti, venuti come normali cittadini interessati alla novità. La fiducia stava tornando a rifluire, poi c’è stata la doccia fredda. Queste azioni, queste iniziative ma soprattutto le risorse umane che vogliono attivarsi esistono perché ci sono delle condizioni socio-economiche di fondo, forse il Sud e la Sicilia le sentono cronicamente. Questo potenziale in qualche modo troverà una auto-rappresentanza, forme spontanee, o è alla ricerca di leader degni di questo nome?
R – Forse potrà accadere sia l’una che l’altra cosa. Siamo in una fase in cui la protesta di stampo forconiano è alla ricerca di un ulteriore sviluppo, di una ulteriore forma di lotta. Noi abbiamo lanciato delle rivolte fiscali in alcune zone e stiamo vedendo com’è la reazione della gente. Se c’è una riluttanza della gente a andare in piazza forse le persone sono più propense a incidere con una “non azione” che è quella di non pagare. “Can’t pay, won’t pay”, dicevano gli inglesi: non posso pagare e non pagherò. Riguardo ai forconi ho fatto tre comunicati, nel primo ho detto che saremmo stati presenti come italiani senza nostri simboli, il secondo era una analisi un po’ più approfondita di quello che era stato il fenomeno, cioè che è il primo fenomeno nel dopoguerra di stampo nazionalpopolare, diverso dal caso di Reggio Calabria dove c’era una fortissima venatura campanilistica mentre qua non c’è, qui siamo ai piccoli imprenditori, disoccupati, precari, che sono categorie non marxiane, non c’è il proletario, non c’è lo studente ideologizzato, qui siamo alla rivolta di stampo nazionalpopolare, peronista. Ci sono i camionisti, e infatti è ciò che preoccupa, in Italia una rivoluzione marxista era impossibile pure negli anni settanta/ottanta, figuriamoci oggi, mentre il Paese è più propenso a una rivoluzione nazionalpopolare, tradizionale, basata sulla piccolissima classe media. Quello è il nostro terreno.
D – Parlavamo di questo interlocutore, un soggetto sociale ancora frammentato, sicuramente privo di una rappresentanza. Per quello che è stato l’inizio, l’alba del movimento dei forconi voi avete avuto dei contatti, ricordo una manifestazione del 2011 con la Lega della Terra, soggetto associativo con una impronta culturale a voi vicina. Poi purtroppo credo che abbiano prevalso problemi legati a forme di tatticismo o di opportunismo nel non volere certe presenze o certe alleanze, che sarebbero vitali sul terreno perché poi gli attivisti di Forza Nuova sono attivisti sul serio.
R – Il sistema quando interviene e dice “assolutamente niente Forza Nuova” sta evirando il movimento, per forza di cose, perché tutti i grandi movimenti, le rivoluzioni ecc. hanno sempre visto il collegamento tra un’avanguardia e un popolo. Loro quello lo devono assolutamente evitare cercando di personalizzare molto, di accentuare gli elementi personalistici dei leader e quindi facendo pensare che quella è veramente l’avanguardia, mentre in realtà non lo è: ci sono persone che non hanno formazione politica, non hanno strategia e si è visto con chiarezza, mentre l’avanguardia ha una strategia. Forza Nuova ha una strategia chiarissima che combacia perfettamente con il movimento del 9 dicembre negli aspetti ideologici perché se si pensa alla sovranità monetaria è il nostro cavallo di battaglia dal 1997, quando ancora c’era la Banca d’Italia. Il riferimento alla terra come principio tradizionalista è un fatto nostro, come il discorso delle tasse assurde – imposte oltre tutto per pagare il debito pubblico, perché se andiamo a vedere tutto il peso enorme che noi oggi abbiamo e che va a colpire dal piccolo contadino, al commerciante, agli studi di settore, alle tasse, all’Imu, ecc. hanno una sola spiegazione: il debito pubblico – noi stiamo dicendo dal 1997 che il debito pubblico non va pagato, quindi questa è una protesta nostra e se noi lo dicevamo nel 1997 è evidente che sappiamo pure quello che potrà essere nel 2017, proprio perché abbiamo una strategia. Allora devono assolutamente bloccare questo tipo di collegamento, ma secondo me non ci sono riusciti perché in tutti i presidi che ancora ci sono – come nella provincia di Latina – c’è gente nostra. Sabato prossimo [25 gennaio, N.d.R.] c’è una importante manifestazione a Milano: la nostra presenza è fortissima. Dovunque c’è qualche cosa – io sono stato a Sassuolo tre giorni fa, sono venuti lì i responsabili dei forconi del posto, mi hanno chiesto cosa fare e noi abbiamo dato delle idee – la gente poi ti giudica per quello che sei, vede che non sei là per fare l’incidente o chissà cosa, vede che hai le idee chiare, che i tuoi giovani – o non giovani – sono quelli che più si danno da fare e si sforzano per fare del loro meglio e la gente poi ti apprezza e ti segue.
D – Vorrei che riuscissimo a comunicarlo a una cittadinanza molto interessata perché – come dicevamo – l’aspetto fiscale per esempio è quello che forse attira tanti che magari con la politica in questi anni non hanno avuto una particolare militanza, vicinanza o coinvolgimento, però oggi come oggi vengono a subire sulla pelle propria e delle loro famiglie quelle che sono certe scelte con conseguenze molto grandi che vanno a interessare e coinvolgere capillarmente la vita di ciascuno di noi. Dicevamo, il tema dello sciopero fiscale: voi avete già messo in atto o state pensando qualche formula attraverso la quale le persone anche nel territorio si possano trovare insieme?
R – Nella zona di Atessa in provincia di Chieti e a Crotone abbiamo lanciato una rivolta fiscale sulla base del fatto che non c’è un motivo né morale né logico per pagare queste tasse che vanno a pagare il debito pubblico. Oltretutto se pensiamo che quest’anno il Fiscal Compact peserà per ulteriori cinquanta o sessanta miliardi, evidentemente siamo destinati a vedere un ulteriore peggioramento delle tasse. Noi proponiamo quello che ha fatto il ministro giapponese Abe, di una semplicità e radicalità estrema: ha stampato il valore corrispondente a mille miliardi di euro. Che è successo? Il giorno dopo i giapponesi sono morti di inflazione? No, non c’è stata la minima inflazione, il Giappone è tornato a essere una delle potenze più importanti del mondo. Noi dovremmo fare due cose semplicissime: non pagare più il debito – salvo quello contratto con i concittadini che hanno comprato i Bot, i buoni ecc. – e poi emettere denaro. Di quanto ha bisogno l’Italia? Circa trecento miliardi di euro. Nel momento in cui non si pagano più i cinquanta miliardi di Fiscal Compact e gli altri settanta-ottanta miliardi di interessi, noi saremmo un popolo felice. Se si chiede perché non lo facciamo, le risposte degli economisti mancano: non si può fare perché l’inflazione, Weimar… ma di che cosa stiamo parlando?
D – Fin qui le politiche economiche che i governi non fanno. Una militanza sul territorio deve coinvolgere i cittadini in qualche azione: il cittadino che in questi giorni si trova di fronte a una propria insolvenza deve avere solo timore che se non paga le tasse lo mettono dentro, o può in qualche modo fare squadra con altri?
R – Se una persona non paga le tasse gli arriva la cartella di Equitalia e pagherà. Se dieci non lo fanno è differente, se mille non lo fanno c’è un problema politico. Noi dobbiamo educare i nostri concittadini – cioè noi stessi – a non fare le cose quando non sono giuste: non è giusto pagare quella quantità di tasse. Esistono trattati, esiste una dottrina cattolica confermata nei secoli: le tasse devono avere un’incidenza sulla produzione del dieci per cento, del quindici per cento. Lo sa quanto pagano i russi in questo momento? Il tredici per cento. Siamo in una fase in cui se alziamo gli occhi ce la facciamo. Se non apriamo gli occhi continueremo a non fare figli, gli immigrati continueranno a entrare, tutte le nostre imprese moriranno per tasse e per mancanza di prestiti dalle banche e tutti i motivi che sappiamo. Moriremo, semplicemente. Pensiamo a dare diritti ai gay e le famiglie piangono, appassiscono, non c’è più un futuro per loro. Questa è una cosa che noi diciamo dal 1997. Chi lo ha detto in maniera mirabile due mesi fa è stato Putin, in un discorso rivolto all’Europa occidentale: dove andate a finire se continuate a far entrare immigrati dappertutto, se darete i diritti civili agli omosessuali, se non aiutate le famiglie, se distruggete quella che è la vostra tradizione e la vostra fede? Sarà la Russia che ci salverà, la Terza Roma. Io vado in Russia dal 2006 e da allora noi nei nostri comunicati richiamiamo l’attenzione su un grande fatto nuovo, la Russia di Putin. La Russia non è più quella marxista e comunista, nemmeno quella materialista di Eltsin e delle grandi ruberie, c’è qualcosa di nuovo, la Russia cristiana che sta emergendo con una grande potenza di popolo e con la grande capacità di dare pace nel mondo, come si è visto con la Siria, un vero miracolo. Il Papa e Putin si sono messi in mezzo e hanno bloccato una guerra, sono i primi che riescono a bloccare una guerra dal 1945 a oggi, in precedenza tutte le guerre volute dai poteri forti sono arrivate a dama, questa volta no, non ci sono riusciti. E ciò significa che c’è in atto un grandissimo cambiamento.
D – Al primo posto Lei ha messo un tema – l’immigrazione – cui si deve anche la scelta di venire a Mineo: un paesino che da due anni ha avuto la sorte di essere il luogo dove un esperimento è stato messo in atto. Lei si rivolgerà agli abitanti di questo paese e di questo territorio, di un’intera zona, la Piana di Catania dove esiste o esisteva un’agricoltura – come vedrà con i sui occhi – e dove invece esiste questo strano oggetto, questo insediamento che è stato definito “la più grande impresa del Calatino”. In che senso lo si può definire un’impresa? Per i trecento posti di lavoro?
R – A quanto sembra, si tratta di una spesa off budget, vale a dire che tutte le spese che riguardano Mineo non rientrano nel Fiscal Compact e nell’irregimentazione a cui è soggetta l’economia italiana. I soldi per tante cose non ci sono, per questo invece si trovano. È stata fatta una cosa eccezionale, straordinaria per dare un segnale: oramai il territorio non è più degli italiani. Ci sono questi enormi insediamenti che sono dei punti dove la legge e il convivere civile non esistono più. Su scala molto più ridotta possiamo pensare ai centri sociali, luoghi dove la piccola illegalità, la droga ecc. sono tollerate in una sorta di extraterritorialità. A Mineo e in altri luoghi dove sono stati fatti questi esperimenti l’extraterritorialità diventa un fatto drammatico. Ci sono altissimi livelli di prostituzione interna, i livelli di angherie e di banditismo interno che si ingenerano in questo tipo di situazioni. Si creano delle aree dove non c’è più ordine, non c’è più legge ma una nuova situazione amministrata dai piccoli potenti, dai “kapò”.
D – Noi [Comitato cittadino Mineo prima di tutto, N.d.R.] abbiamo fatto un po’ di lavoro sul campo, ci sarà una manifestazione regionale per la chiusura del Cara il prossimo 16 febbraio promossa dai movimenti antirazzisti. Mancano i partiti, sono associazioni soprattutto da Catania e dai grandi centri urbani che perseguono una propria critica al modello di gestione dell’immigrazione, puntano a aspetti come i diritti dei migranti ecc. Sulla questione del Cara fin dall’inizio nel marzo 2011 mi ricordo occasioni di incontro davanti alla struttura nelle quali c’erano contemporaneamente anche i vostri militanti, perché – anche se da punti di vista lontanissimi – si concordava sul fatto che questo luogo non fosse assolutamente la risposta giusta.
R – E come potrebbe essere la risposta giusta una struttura del genere? Noi non crediamo nell’immigrazione e nell’integrazione, ma qualora credessimo nell’integrazione, certo il sistema non è quello. In cosa crede chi ha creato il Cara? Ha degli obiettivi specifici: il primo è fare un sacco di soldi – per qualcuno come il costruttore Pizzarotti molto amico di Berlusconi – poi c’è Castiglione, personaggi che in piena crisi riescono a fare “grande impresa”, che poi in realtà è una grande operazione fraudolenta garantita da chi politicamente assicura il finanziamento per cifre enormi. Si garantisce all’immigrazione clandestina uno sbocco all’interno del territorio italiano parcheggiando le persone per mesi o anni in un contesto di totale illegalità, di totale anomalia. Inoltre si crea una psicosi che si aggiunge a quella della crisi, una psicosi della incertezza assoluta: non c’è più il pane quotidiano, non è più certo, poi ci sono queste persone che non sappiamo perché sono qui, se sono nemici o amici, non è più la nostra terra, è una sorta di guerra psicologica nei confronti del popolo italiano. Non è un caso che un’operazione del genere sia fatta in Sicilia, una terra importante dove un certo tipo di tradizionalismo e di sentimento di popolo è ancora fortissimo. Non è un caso se i governatori omosessuali stanno nelle regioni più tradizionaliste: la Puglia, la Sicilia e anche una terza regione al Sud. Sono dei tentativi di laboratorio per scardinare le certezze dei popoli.
D – Lei incontrerà una popolazione che è oggetto e protagonista involontario di tutto ciò. È una “prima linea”, dove persone come Nino Coco vivono gli aspetti peggiori sulla propria pelle fino a andare in ospedale. Lui rappresenta quegli agricoltori che dovrebbero poter andare a lavorare serenamente nei loro terreni e invece ogni mattina vanno in Vietnam tra tentativi di furti, danneggiamenti, aggressioni ecc.
R – È importante che ci sia qualcuno che mostra in questo modo di non accettare come vanno le cose, che vuole ribadire che questa è la sua terra, la terra dei suoi padri e dei suoi figli. Già l’agricoltura è massacrata, ci mancava solo questa piaga incredibile.
D – Dicevamo poc’anzi dei trecento posti di lavoro. Purtroppo persone che magari sono contrarie al modello del Cara tuttavia per ragioni strettamente economiche e di bisogno stanno là, ci lavorano e hanno anche votato quel “partito del Cara” che attualmente esprime il sindaco a Mineo. Cosa può dire a queste persone per farle riflettere sulle loro scelte?
R – Quando la polis viene distrutta e arriva la tirannide, la tirannide fa mangiare i propri sottoposti, ma è tirannide. Nella polis ci dovrebbe essere la gente che lavora i campi, le piccole imprese, l’artigianato, la sera si torna a casa sereni dalla famiglia unita che l’aspetta, con i bambini che crescono ecc. Nella tirannide arrivano questi poteri sconosciuti, che non hanno volto e creano delle situazioni che rendono la tua vita impossibile. Sanno benissimo che la gente deve continuare a mangiare, ma solo quella gente che si adegua e accetta la situazione. In Inghilterra ci sono situazioni simili, i deportation center, dove vengono messe insieme persone di razze differenti che costantemente creano delle situazioni di guerra interna, prostituzione, accoltellamenti. Loro sanno benissimo cosa c’è lì. Il problema è la mancanza di legalità, lo Stato è assente. È in atto una sovrapposizione di potere: chi è che decide le sorti degli uomini, delle donne e dei bambini che stanno là? Non è lo Stato ma un’entità nuova, un’agenzia sul tipo delle gestioni private delle carceri negli Stati Uniti d’America. La logica è quella di mantenere un minimo di ordine, contenere tutto; chi fa soldi deve continuare indisturbato e se nella zona migliaia di persone non campano più per le conseguenze, questa è la nuova legge, non possono ribellarsi. Perciò sul tema del lavoro c’è da ricordare che chi nel passato faceva lo schiavista sulle navi degli inglesi aveva un lavoro, ma non era un lavoro moralmente accettabile. Tante persone dovrebbero farsi questa domanda.
D – In questo contesto, una domanda del genere suona quanto mai fuori luogo, per come il luogo ormai si è ridotto, per il grado di cinismo sociale arrivato a livelli tali che si potrebbe giustificare anche il mestiere del sicario, dell’assassino su commissione, perché comunque porta il pane a casa.
R – Ciò è figlio della disperazione sociale. Noi abbiamo il compito di ricostruire un’etica e una comunità. Se la comunità muore, viene a mancare la reattività verso questo “disco volante” che hanno messo su Mineo; la nostra gente sta perdendo la forza, è troppo disperata e concentrata su altre cose e ormai non ce la fa più a reagire. Forza Nuova esiste per questo.
D – È in corso una sperimentazione occupazionale per piccoli nuclei di richiedenti asilo ospiti del Cara che sotto la forma di progetti di solidarietà, accoglienza e integrazione costituiscono delle squadre di lavoro a costo zero che iniziano a essere inserite da parte del Comune a Mineo e anche nei paesi vicini. La gestione dei bagni pubblici è affidata in questo modo, così il Comune risparmia e tutto va bene, oppure no?
R – L’articolo 18, le altre cose che vengono dimenticate da voi come nella rossa e ricca Toscana, in Umbria, dove anche gli italiani vengono pagati seicento euro al mese per le quarantacinque ore a settimana, ma in un contesto di cooperativa è tutto corretto. Quando noi parliamo di rivolta sociale e di rivoluzione ci riferiamo al fatto che in Italia non c’è un solo problema come l’immigrazione o la sovranità monetaria: ci sono problemi da ogni parte, c’è stato un tale attacco all’Italia che il Paese è crollato. Io ho fede che l’attacco alla fine sarà respinto, i dati razionali non sono rassicuranti ma sappiamo che l’Italia ha sempre avuto uno slancio improvviso, la reazione all’ultimo momento. Così la Spagna, così la Grecia. È un attacco che va avanti da alcuni anni, l’attacco ai “Pigs”, ai piccoli paesi dell’Europa, per isolarli, distruggerli e massacrarli. Perché Renzi è così insistente sullo ius soli e sui diritti civili? Perché sanno perfettamente che dopo aver fiaccato l’Italia dal punto di vista economico e sociale devono intervenire dal punto di vista morale e identitario. E lì danno i colpi definitivi.
D – L’uso della forza lavoro a costo zero innanzitutto viene fatto dall’ente pubblico, ora anche per squadre di pulizia urbana. Per le grandi tenute agricole, se i proprietari si ritrovano in mano una manovalanza gestita così che gli lavora i campi, mentre contemporaneamente l’abitante nato in Sicilia si è fatto la valigia è se n’è dovuto andare, in fondo al grande proprietario questa situazione economicamente potrebbe anche apparire conveniente.
R – È questione di tempo, è una cosa che il grande proprietario pagherà molto presto. La nostra civiltà si basa sulla terra, è nella stessa radice della parola latina cultura. Dalla Grecia a Roma l’agricoltura passa al Cristianesimo e è una sorta di elemento fondante della civiltà. Da lì vengono tutte le cose. Il fatto che abbiano voluto stroncare l’agricoltura e la stiano ormai finendo non significa che mettendo delle pezze di questo tipo la si salverà. L’agricoltura si salva solamente attraverso una grande rifondazione, un grande ritorno dei giovani alla terra. È una rivoluzione culturale.
D – Il manifesto con il quale è annunciato il vostro comizio a Mineo lo dice: è il messaggio che voi portate come prospettiva che possa dare effettivamente anche delle risposte di natura economica a un popolo. Per concludere con una nota di buona speranza, qualche settimana fa a seguito delle proteste del 21 e 22 dicembre con preoccupazioni per la sicurezza dovute al blocco delle strade, disordini ecc., in quella situazione alcuni a Mineo sono riusciti a superare la logica della pura necessità – visto che i rischi stavano aumentando – e hanno occupato la sede del consiglio comunale. Ecco forse un punto debole nel sistema, sul quale mirare per sollecitare l’iniziativa di tanti prima che siano costretti a andarsene. Sarebbe una prospettiva per uscire da questo imbuto nero in cui siamo piombati da due anni, lo spirito della rivolta per la dignità deve tornare in questi luoghi.
R – Qualche mese fa ho girato varie regioni del Sud, anche la Sardegna, e il tema della dignità era costante. Ha un nesso con il fattore economico, ma non si esaurisce in esso. La visione marxista per cui il popolo si ribella nel momento in cui non c’è più il pane non è corretta: quello che fa saltare i nervi, fa alzare la pressione è la dignità, che è ferita e a quel punto la gente si riunisce in piazza e si fa sentire. Lotta per riconquistarla.

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