Una lotta di popolo che deve continuare

(intervento alla presentazione di Roma del libro I forconi siciliani, 15 marzo 2014).

Grazie Salvatore [S.P. Garufi, N.d.R.], grazie a tutti voi che ci avete accolto qui a Roma.
Veniamo da lontano, o da vicino? Non saprei dirvelo, perché tra l’altro la storia o la cronaca dei forconi siciliani e poi recentemente – parliamo della esperienza o della proposta di lotta nazionale che ha preso il nome di “Comitato 9 dicembre”, con riferimento al dicembre 2013 – aveva assunto un respiro nazionale con la compartecipazione di esperienze di altre realtà del Centro Italia, del Nord, parliamo del Veneto ecc. Personalmente devo riconoscere che si era avverata e rivelata una saldatura impensabile – ma invece quanto mai opportuna – tra due mondi cresciuti parallelamente e in tempi cronologicamente diversi, perché il Veneto già nei primi anni ’90 ebbe un’esperienza particolare – che poi in qualche modo si è relazionata ma non si è incontrata con la stagione politica, anche quella migliore, dell’esperienza leghista – ma che è nata invece da quel mondo socio-economico specifico del Veneto che è una realtà produttiva di grande entusiasmo, di grande buona volontà che però già all’epoca, stando in Italia e non in altre parti d’Europa o del Nord Europa che hanno un diverso rapporto tra sistema produttivo e Istituzioni, ne subiva nonostante fossimo già al dopo Tangentopoli ecc., nell’apparente rinnovamento mancato, tutta una serie di problematiche che poi queste persone molto concrete, molto pratiche – parlo degli imprenditori, delle famose “partite Iva” – subivano. Subivano e sentivano con la vicinanza al confine con il Nord una sorta di stato di minorità perpetua, a causa di tutte le deficienze e le zavorre che le mancate infrastrutture, i mancati servizi, la cattiva burocrazia imponevano a loro e quasi li lasciavano nell’alternativa o di chiudere o di trasferirsi. Poi noi gli puntiamo il dito addosso perché portano l’impresa altrove ma se forse ci mettessimo nei loro panni ci renderemmo anche conto che a volte non c’era altra scelta. Quell’esperienza, dicevo, portò delle forti realtà di lotta – c’era la cosidetta “Life”, Liberi Imprenditori Federalisti Europei – che nell’europeismo vedevano una prospettiva di liberazione del lavoro, quindi nessuna richiesta di clientelismo, di assistenzialismo di fondi perduti, di falsi invalidi o cose del genere ma la possibilità di lavorare, di dare il meglio di sé con il proprio ingegno italiano. Bene, quella realtà nata prima, grazie all’esempio portato a livello nazionale dalla grande stagione del gennaio 2012 – il blocco della Sicilia e via di seguito – ha creato le premesse per un incontro di cui ancora oggi io, vedendo, vivendo e compartecipando con i leader che sono qui i vari passaggi e le varie difficoltà, i leaderismi e gli individualismi – il generale Pappalardo ci ha descritto nei pregi e nei difetti, da questo punto di vista – però questa non è soltanto prerogativa di una regione, insomma i protagonisti sono sempre un po’ primedonne e credo che non potremo non andare avanti su un piano che sia di livello nazionale. Poi la prospettiva regionale, per tanti motivi anche perché la Sicilia è regione a Statuto speciale e ha anche delle caratteristiche specifiche, potrà essere un elemento che va in parallelo.
Ora tutto questo secondo me si ritrova in un libro che è un passaggio di ciò che nella parte che vi propongo io – la “Cronistoria per immagini” –, è se volete un modello di relazione con il vostro prossimo, chiunque esso sia. Perché il trasversalismo delle categorie sociali che fin dall’inizio i forconi hanno voluto rappresentare non circoscrivendo il proprio essere dalla propria origine – mondo agricolo e piccoli imprenditori ecc. Sì, il movimento nasce da lì, ma perché nasce da lì? Non è un caso. Era il settore nel quale nei decenni precedenti tutto un sistema assistenziale e burocratico anche un po’ folle di dirigismo europeo fatto di direttive strane – “non coltivare e ti pago”; “butta il latte nel fiume e ti pago” – cose che un contadino normale di solito non farebbe, il contadino europeo si comporta così perché le quote, la sovrapproduzione… tutto questo delirio che poi alla  fine dopo cinque, dieci, quindici anni ha portato alla situazione in cui siamo anche per una politica estera dal punto di vista commerciale piuttosto discutibile per cui si fa diplomazia internazionale con la pelle degli agricoltori nel senso che Paesi con simile produzione rispetto al Meridione d’Italia vengono fatti accedere senza nessuna preoccupazione su quelle che saranno le conseguenze rispetto a un mercato interno. Questo è molto cinico da parte di politici che hanno perso il contatto con una realtà perché forse pensano che il loro stipendio nasca dagli alberi di Bruxelles, probabilmente. Ed è molto grave questo perché rappresenta una dissociazione simile a quella della famosa regina di Francia, poi sappiamo come è andata a finire… ditemi voi se dobbiamo ripetere quelle stagioni piuttosto cruente e piuttosto gravi.
Perché accennavo al fatto di relazionarvi con il vostro prossimo? Perché fin dall’inizio i forconi hanno detto “l’agricoltura è la base della società. Forse non ve ne siete accorti, pensate che la frutta nasca nei supermercati ma non soltanto la frutta non nasce nei supermercati: l’economia, il guadagno da un raccolto è quel soldino che serve poi al muratore per rifare il bagno di casa dell’agricoltore, al geometra per progettarlo, all’avvocato e a tutte le altre categorie fino a salire al filosofo”, per dire. Quindi il messaggio dei forconi era un avviso, un semplice avviso per chi non avesse capito direttamente, “guardate che questa cosa salirà a tutti i livelli della società complessa di oggi”, una società che non è più fondata sul settore primario, non è più fondata sul settore secondario. Il terziario, i servizi, cos’è? L’immateriale, lo scambio, il commercio, ma tutte queste cose sono fragili, perché non appena manca la liquidità che le fa funzionare entrano totalmente in crisi.
Già noi oggi, dal nove dicembre questa nuova proposta nazionale rispetto alla stagione precedente, siamo in una seconda fase. Io l’ho visto direttamente nei volti, nelle persone. Noi eravamo dei “ragazzotti in gita turistica”, a confronto di quello che ho visto dopo, perché l’esasperazione, il fatto di trovarsi anche proprio malgrado, inaspettatamente, tutto un mondo del commercio e delle partite Iva che non ha saputo prevedere questa situazione, rende sempre meno umane le persone: di volta in volta il ritardare una forma di associazione tra le persone che si sono rese conto di dove stiamo andando produrrà degli scontri sempre più estremi per cui purtroppo la scelta dei capi, l’organizzarsi è una cosa fondamentale perché altrimenti si va avanti così, per moti di popolo che individuano un colpevole assolutamente incolpevole – il vicino di casa, l’immigrato, chiunque – e in questo sfogano delle difficoltà reali che però la difficoltà di relazionarci impediva di confessare liberamente quando erano ancora a livello embrionale.
Io ho imparato a relazionarmi con persone che fanno mestieri completamente diversi dal mio, il camionista, il coltivatore, il commerciante di arance… hanno modi di parlare diversi, ma devi imparare a capire e a farti capire perché sono loro gli altri esseri umani che condividono con te questo pezzo di realtà e allora uscire dai propri compartimenti stagni dei propri simili, di quelli che vanno a teatro, sono più acculturati, “quell’altro è ignorante” e compagnia bella, è essenziale. Perché quando la cultura diventa strumento di divisione e di compartimentazione vuol dire che noi non andiamo più da nessuna parte.
Nel libro vi propongo le facce che vedrete, i visi, le espressioni che ci sono come una espressività collettiva di persone che siamo noi stessi, e non dobbiamo pensare che loro sono più pittoreschi di noi, perché noi potremmo diventare molto più pittoreschi di loro in condizioni inaspettate nelle quali ci possiamo trovare.
La mia prospettiva è che abbiamo ancora tanto da fare. La storia dei forconi è storia del popolo italiano e la dobbiamo scrivere insieme, vorrei che l’occasione che ci ha portato qui per il libro ci portasse con voi anche in una interazione, perché una grande metropoli è una sorta di luogo che sembra non abbia a che fare col terreno che la circonda, è la testa di un corpo molto grande, cominciamo a chiederci solo questo: “di cosa vive Roma?” Facciamoci questa domanda socio-economica e cominciamo a darci delle risposte per capire qual’è la data segnata di una fine, di una crisi del sistema su cui una grande metropoli si basa. Se noi cominciamo a farci queste domande forse sapremo un po’ meglio quanto tempo ci rimane: tempo di ignoranza e di inconsapevolezza prima di trovarci di fronte a determinati problemi. Facciamoci la domanda e cominciamo a ragionare su questo per tutta una parte d’Italia che ancora forse non ha visto bene quanto sarebbe necessario parlare con noi e tra di noi del nostro futuro. Grazie.

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