Intervento alla presentazione del libro I forconi siciliani – Palermo, 16 maggio 2014

Grazie, ho aspettato e è stato importante per me ascoltare dopo un po’ di tempo che non ci vedevamo l’amico Crupi, che ogni volta per me è il momento in cui cerco di guardare, anche attraverso il suo approccio e la sua esperienza di fondatore e combattente per tanti decenni, a che punto siamo. Perché chi è un po’ l’ultimo arrivato su certe cose non riesce a vederne una continuità al di là dei momenti più o meno di alti e bassi di un lungo percorso. Non saprei neanche dire, adesso, in quale momento ci troviamo, se è alto o basso, perché sicuramente ciò che è nelle immagini che accompagnano il libro sono stati i momenti più visibili, più eclatanti di questa Sicilia di due anni fa che mostrava all’Italia e all’Europa intera il suo disagio ecc., però subito dopo con le manifestazioni di Palermo tutte le debolezze e le inconcludenze per certi versi – che già altri hanno detto e non ci tornerò sopra – hanno mostrato quanto fermare una strada sia tutto sommato facile, fare il resto un po’ meno perché entrano in gioco talmente tanti fattori. Il mio dato di esperienza è questo: i fattori disgreganti hanno fatto leva su una “disgregabilità” insita in tutte le persone che hanno fatto parte del movimento. Cos’è la “disgregabilità”? È la disponibilità a pensare male di quello che sta lottando accanto a te. Perché magari, essendo un mondo di persone attive nel lavoro, imprenditori, c’era chi faceva il suo vino e già cercava di promuovere il suo marchio, e l’altro diceva «quello sta lottando solo per vendere il suo vino». «Sì ma tu fai la ricotta e posso dire che stai lottando solo per vendere la tua ricotta». Questa diffidenza reciproca è stata secondo me uno dei veleni di fondo che ha corroso dall’interno e poi ha fatto esplodere tutte le separazioni violente, che poi a volte si sono riaccostate, perché il richiamo alla necessità di lottare insieme che già diceva l’amico Crupi è sempre stato molto forte, ma in questo tira e molla inevitabilmente, tanto in chi l’ha guardato un po’ dall’esterno ma io posso dire anche in chi ne ha fatto parte, il disorientamento è stato micidiale. È stato così anche l’appuntamento di ieri qui a Palermo, una bella iniziativa, senza dubbio, spettacolare anch’essa, dai mercati generali di Vittoria si parte con queste ricchezze che non sono in valuta, sono zucchine, carote ecc. Convertibili in euro – in teoria, se l’economia funzionasse – e che si portano direttamente, come si faceva una volta al monarca di turno con i prodotti della terra. In questo caso il monarca di turno era una sede bancaria molto importante. Va bene tutto, fa un po’ meno piacere sentire i commenti degli stessi organizzatori, che additano la gente dicendo «vedi questi pezzenti di palermitani e siciliani che erano là a prendersi le verdure e a fare due o tre viaggi, anche i dipendenti della stessa banca. Tutto il discorso per loro era che abbiamo regalato un po’ di verdure e hanno risparmiato sulla spesa». È molto triste, ma è soprattutto triste che si colga quell’occasione quasi solo per sentirsi migliori degli altri, questo è veramente ciò che mi impedisce di sentirmi compagno di una lotta che sia per la nobiltà di tutti, non è per il piedistallo, soprattutto un piedistallo che va contro il resto del popolo. Se anche la fotografia fosse quella, che si sono portate le verdure gratis al popolo palermitano per avvicinarlo alla problematica del mondo agricolo e il popolo palermitano è così malridotto in certe sue componenti che guarda appunto alla spesa fatta senza soldi quel giorno. Bene, è un motivo di maggiore solidarietà reciproca, non c’è da andarne fieri però bisogna capire. Queste grandi città, questi grandi agglomerati urbani dove non c’è la campagna ma ci sono gli esseri umani che ogni giorno devono portare a casa il pane come saranno tra una settimana, tra un mese, tra qualche anno? Perché sappiamo che il rapporto tra città e campagna deve essere un rapporto di simbiosi, dato che sull’asfalto è difficile coltivare qualunque cosa. Quando noi andammo a Roma per il giro di presentazione di questo libro abbiamo detto la stessa cosa, Roma è una grandissima metropoli che forse non sa neanche lei quali sono le economie che la tengono in piedi, perché essendo la testa dell’Italia ha tutti i ministeri, tutti gli apparati, enti e sotto enti e noi nutriamo in parte anche Roma senza saperlo. Ma quando questo meccanismo che dalla data di nascita di una capacità di analisi che i forconi hanno portato, perché sarà anche il popolo affamato ma non è solo quello, è stata una capacità di analisi molto raffinata del dire che la base economica della produzione agraria ecc. è quello che regge tutto il resto. Se non lo sapete, lo saprete, ve ne accorgerete. Ed è stato questo il meccanismo della crisi che ha visto l’imprenditore agricolo fallire, ma appresso a lui tutti gli altri, fino all’avvocato e all’ingegnere… di città, appunto. Perché non avevano più nessuno che veniva a chiedere la consulenza. Ora, se noi continuiamo a avere chiara questa premessa di sistema che è partita dall’ambito sindacale, la rivendicazione di un diritto di rappresentanza diretta, come vedrete nel libro con l’esperienza del movimento AltrAgricoltura, quando si è iniziato a dire che i rappresentanti sindacali sono ammanicati con la politica, sono i primi truffatori dei loro rappresentati, e ormai lo sappiamo benissimo. Sono conquiste teoriche che non vanno via in una stagione, per me restano la base solida che si è andata costruendo anche in tempi recenti. Così come base solida oltre la teoria è la pratica delle relazioni umane. Con l’amico Corrao ci conosciamo grazie al fatto che Franco Crupi ha riproposto un momento di incontro a Enna, in due occasioni. A sua volta con Crupi due anni fa, eravamo nel piccolo comune di Mineo – che forse ora conoscete anche voi – e avevamo fatto un presidio non autorizzato nei giorni del gennaio 2012 e questo signore passava con la sua macchina e il forcone e i capelli bianchi e era l’unico messaggero di informazioni tra i vari presidi sparsi nell’area della Sicilia orientale. Una situazione piuttosto fiabesca per certi versi, e ci siamo conosciuti così, con lui e con gli altri che poi hanno condiviso l’esperienza che molti non rifarebbero – ma secondo me è stata comunque istruttiva – della campagna politica, la corsa alle regionali. Si sbaglia per imparare, secondo me. Anche lì, sempre il retropensiero, quello che distrugge dall’interno per cui si diceva «quello voleva la polpetta, quell’altro voleva l’hamburger, il terzo s’ammucca qualcos’altro» e così ci siamo disprezzati a vicenda e ce ne possiamo andare a casa ognuno convinto di essere il meglio fico del bigoncio. Questo significa perdere tutti. Invece abbiamo visto ognuno di noi, sollecitato anche se vogliamo dalle sirene o dalle campanelle del potere, «wow, potrebbe andare lui a sedere a Palazzo dei Normanni…», la capacità anche di resistenza, la capacità di considerare ciò come un servizio o come invece appunto una conquista personale di chissà quali onorificenze, perché il potere è fatto anche di questo e qualcuno l’ha capito quando ha detto «tagliate gli stipendi e guadagnate come le persone normali», forse ha capito la forza corruttiva che determinati privilegi danno a dei normali cittadini quando passano di grado e diventano “onorevoli”, e già il termine dice tutto.
Quindi per quanto mi riguarda due sono i nostri punti di partenza di oggi, da un lato i rapporti tra le persone che hanno lottato insieme e dall’altro le acquisizioni teoriche che abbiamo avuto, il fatto che ci siamo resi conto che le cose stavano veramente così, che tutti i signori Monti e altri dalle loro altezze tecniche ecc. non hanno portato miglioramenti, che forse certe cose noi le abbiamo vinte anche senza accorgercene perché inevitabilmente anche se non si prende il palazzo, però si crea comunque un tiro alla fune. Forse, se certe cose non sono andate a peggiorare ancora di più dal punto di vista dei costi, delle tasse, del carburante, delle difficoltà, dei pignoramenti, la Serit ecc. è perché in quel momento di estrema sofferenza gli aguzzini si sono resi conto che se tiravano ancora la corda forse le cose sarebbero finite male. È il tiro alla fune che noi abbiamo fatto a vantaggio di tutti, anche di quelli che non c’erano e che non hanno partecipato a nessuna delle iniziative.
Da dove ripartire, dunque? È ciò che dovremo esaminare ma rapidamente, perché è chiaro che il non esserci nelle occasioni politiche come le prossime europee in cui da un certo punto di vista la Sicilia non c’è, o vogliamo dire che c’è perchè a rappresentarla ci saranno l’onorevole del Ncd, di Forza Italia che si stanno spartendo i voti dei siciliani? Chi è che si sente rappresentato da loro? Ma neanche chi li vota si sente rappresentato da loro, perché ognuno di voi lo sa, in queste cose è il territorio, il microcosmo che ci dice la verità, come si riempiono i pullman per andare a battere le mani a Tizio e a Caio, là dove poi c’è la foto o il video col signor candidato che parla e tutti che gli battono le mani. Sono precettati perché è tutta gente a libro paga, e non è una critica nei loro confronti perché sono tutte persone che o facevano così o morivano di fame. La famosa pagnotta di cui parlava l’amico Crupi non solo ti viene rubata, ti viene anche restituita con un ricatto, però perché era tua, ora è mia e se la rivuoi mi devi dare qualcosa in cambio e cosa? La tua libertà, i tuoi diritti politici, i diritti democratici. Qui parlo a leader politici che hanno avuto anche esperienze elettorali, io non so con quale soddisfazione si vada al voto pensando già che altri come in una gara di corsa a piedi partono con la motocicletta. Scusate, o andiamo tutti a piedi o qua c’è qualcosa che non va. Poi non puoi contare i voti e dire che l’altro è stato più bravo, se li è comprati. Quindi diventa anche frustrante competere per la giusta amministrazione delle cose quando non si vanno a rompere certi nodi. E su questo credo che una attività di lotta quotidiana si possa e si debba fare, perché ogni territorio della Sicilia ha le sue criticità.
L’amico Garufi ha citato il problema delle migrazioni, che arrivano nei porti e la gestione delle migliaia di persone che sbarcano a chi è affidata? Che costi ha? Chi la gestisce e come? Ogni territorio della Sicilia lo sa come nasce un centro di accoglienza, nasce nel peggiore dei modi perchè ci girano soldi, lo “zucchero” di cui parlava Garufi. E di conseguenza gli esseri umani vengono trattati da risorsa economica da sfruttare, quindi ci sono persone non preparate che se ne occupano, con il risultato che quando un leader leghista viene in Sicilia a differenza che a Napoli dove viene spernacchiato qui viene applaudito. I siciliani applaudono il leghista perché è l’unico che viene a dire che c’è il business dell’immigrazione, che qua i mafiosi si arricchiscono ecc. Ma se c’è bisogno che lo dica lui vuol dire che non l’ha detto nessuno qui, e se non l’ha detto nessuno qui è un problema, perché tutte queste bocche cucite o sono cucite per paura, perché poi c’è il parente che ci lavora, l’amico e non andiamolo a disturbare, oppure sono cucite per convenienza perché ci sto lavorando io, e quindi alla fine il business dell’immigrazione ha permeato di sé intere fette della società, il terzo settore, le cooperative, i servizi sociali, il volontariato ecc., è una fonte di posti di lavoro in tutto il territorio, e allora che vogliamo fare? Per alcuni questa è una risorsa, si può augurare che continui e aumenti anche di più perché così ritorneremo a essere al centro del Mediterraneo. Molti questo argomento non lo affrontano, Grillo è stato a Palermo e non ne ha parlato, perché non gli conviene, è un argomento spinoso.
In conclusione, la configurazione del pensiero leghista che apparentemente per noi tutti, per la nostra esperienza biografica, sembrava un connubio impossibile con la cultura meridionale dell’accoglienza, dell’integrazione, della multietnicità stratificata nel tempo, è un dato di fatto. Abbiamo parlato di cosa successe cento, duecento, trecento anni fa, oggi ci sono queste novità che l’immaginario collettivo e il pensiero del siciliano medio purtroppo ha derivato in quel modo perché l’esperienza dell’immigrazione – che poteva avere anche una funzione di crescita per queste terre e di confronto con altre culture – è stata portata in una maniera tale per cui la Sicilia la sta rifiutando dal punto di vista dell’opinione pubblica. Se parlate in giro lo vedrete, perché non viene gestita da nessuno. Forse l’abbiamo capito, forse ce ne siamo resi conto, qualcuno ce l’ha anche detto: in realtà nell’ottica europea prima era Lampedusa un cuscinetto di compensazione, ora è tutta l’isola siciliana perché più capiente, ma appunto non è Europa, è semplicemente quel luogo che non si può più gestire e quindi se la veda lui, tanto poi anche la penisola italiana non se la passerà meglio, è solo questione di tempo e poi ci saranno le Alpi che saranno forse il vero baluardo oltre il quale sarà difficile andare. Quindi non è un’esperienza europea, è un’esperienza nella quale siamo stati immersi e reagiremo male, e non sapremo più affrontare i nostri concittadini, i nostri elettori per chi sarà candidato, parlando tra persone civili, perché le conseguenze di tutto ciò, quel discorso che il popolo fa guardando ai milioni di euro che vengono spesi in questo colossale baraccone dell’accoglienza parallelamente alla crisi, e noi che risposte daremo? Daremo delle risposte che vorrebbero ancora essere aggrappate a una civiltà dell’accoglienza e della democrazia ma forse non avremo più lo spazio per farlo, quindi mi dispiace solo che l’appuntamento delle elezioni europee non vedrà un interesse dei siciliani rappresentato in una qualsiasi forma. Grazie.

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