Le radici dei movimenti politici e le nuove sfide della lotta post-ideologica in Italia

Intervento alla presentazione del libro L’America a destra (Caltagirone, 2014.12.05).

manifesto 2Iniziamo l’incontro innanzitutto ringraziando tutti i presenti, chi è venuto da più o meno vicino, chi è già a Caltagirone. Ringrazio gli invitati relatori che hanno fatto strada da varie parti della Sicilia e non solo: abbiamo anche l’Autore del libro, Luca Tedesco che viene da Roma e ci ha fatto il piacere di essere qui.
È un po’ una coincidenza, se vogliamo, il famoso “laboratorio Sicilia” che tante cose le ha portate come esperimento prima che diventassero – per casualità o no – esperienze nazionali. Della politica, soprattutto: nuove commistioni, nuove prove di alleanze o di divisioni. Questo è un libro di storia contemporanea, però se noi lo guardiamo dal presente dove ci troviamo, parla anche a noi con aspetti attuali. In particolare parla a chi si trova nel dibattito di quella destra che si vuole definire tale o no, ecco l’interesse di ascoltare i relatori di oggi, perché è un termine che nel manifesto è stato usato come punto dal quale partire anche per prenderne le distanze. Il manifesto dice «Se ti dico destra?» Tu che fai? «Me ne dissocio» per esempio potrebbe essere una risposta, con tutte le motivazioni che arricchiscono e ci allontanano forse da quelle semplificazioni giornalistiche che spesso ci arrivano come unica possibilità di approfondimento, che non è un vero approfondimento.
Come ce lo immaginiamo il passato di movimenti d’opinione, singoli intellettuali, opinionisti nell’Italia dal dopoguerra? Era fresca l’esperienza della sconfitta per qualcuno, della vittoria per altri, c’è chi la celebra in modi diversi perché non si è ben capito durante la guerra noi da che parte eravamo, ne abbiamo cambiate parecchie. Da quell’esperienza traumatica, la politica italiana rinasce con un patto di “arco costituzionale” che è la Repubblica nata dalla Resistenza ma che fondamentalmente è anche un patto di grande ipocrisia, perché per molto tempo la cultura ufficiale, la scuola e il dibattito viaggiano evitando una serie di tematiche di cui è meglio non parlare, sulle quali è meglio non tornare. Con alcuni paradossi estremi per quanto riguarda il destino dell’esercito italiano durante l’ultima guerra, perché era l’esercito dei fascisti quindi più ne sono morti meglio è, cinicamente qualche segretario di partito comunista l’aveva anche scritto e chiaramente rende molto difficile ricostruire un’identità nazionale degna di questo nome anche senza le derive colonialiste, imperialiste, belliciste che negli anni Trenta avevano pervaso un po’ tutta Europa. Ma una nazione senza identità nazionale diventa un paradosso in sé. Per molti anni l’Italia è stata questo, non si poteva agitare una bandiera italiana tranne che allo stadio durante i mondiali, finchè non l’ha fatto qualche governo di sinistra – che lo poteva fare – e allora si riscopre il patriottismo quando un presidente Ciampi riscopre alcuni temi, quando si va in Libano a fare la guerra per portare la pace, ecco che riscopriamo “i nostri ragazzi in guerra” e tutta una serie di riferimenti che fino a allora erano stati assolutamente banditi come dei tabù.
A che cosa serve un libro che va a ripercorrere questi passaggi? A farci capire che il passato non è quello che noi pensiamo. Se ci sembra che oggi c’è confusione tra vari movimenti nuovi o meno nuovi, che non riescono a unificarsi, potremmo nostalgicamente pensare che invece in questo cinquantennio di storia italiana altri nonostante le difficoltà erano più uniti, erano d’accordo sulle tematiche fondamentali. Il libro di Luca Tedesco ci dimostra che non era così. Non veniamo dalla monoliticità di posizioni, su tematiche fondamentali: il libro parte dal dibattito sul Patto Atlantico, come si possono avere idee diverse, premesso che nessuno era dalla parte degli americani, degli Alleati che hanno vinto? È possibile, perché analisi realistiche ponevano un dato oggettivo: un piccolo Paese sconfitto non poteva muoversi più di tanto nelle sue velleità o aspirazioni e di conseguenza, facendo di necessità virtù, nell’attesa della scadenza dei trattati di pace o dei nuovi equilibri estovest che avrebbero assegnato all’Italia come Paese di confine un ruolo per cui doveva per forza potersi riarmare, perché altrimenti sarebbe stata un facile boccone della controparte più vicina e cioè il nemico sovietico, c’era chi realisticamente vedeva nell’adesione al Patto Atlantico l’unica possibilità in quella fase, poi dopo si sarebbero fatte altre valutazioni.
Noi, persone di questo tempo – e penso soprattutto a chi ha dei ruoli politici – dovremmo renderci conto che la politica attuale ci ha abituato a vivere alla giornata. Si dice che ci sono i politici di twitter, delle centoquaranta battute o dei tempi televisivi con le litigate prima o dopo la pubblicità. Tutto ciò è veramente una distorsione, non coincide con i tempi necessari per l’analisi, per cui si analizza poco e su quel poco si prendono posizioni molto superficiali che poi vengono contradette il giorno dopo. Chi si troverà alle prossime elezioni politiche a fare l’alleanza con la Lega o con CasaPound o con Forza Italia sta ragionando col pallottoliere dei consensi, ma quali sono le radici di questi movimenti? Nessuno se lo chiede, si guardano gli indici di popolarità, si usa l’applausometro. Salvini piace agli anziani, in Italia ci sono molti anziani, quindi Salvini prende molti voti e allora è un ottimo alleato. Un mercato, la vendita commerciale di un prodotto che lascia il tempo che trova.

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Dopo aver ascoltato Antonio Lanzafame, nell’introdurre il nostro prossimo ospite volevo informare chi è presente e soprattutto chi non c’è che ci sarà modo di seguire il frutto dei lavori dell’incontro di oggi. È lo sforzo che noi facciamo sempre per documentare e lasciare una traccia, anche per noi stessi: in preparazione di questo incontro, mi sono andato a riascoltare l’intervento dell’amico Giuseppe Scherma, con il quale ci eravamo conosciuti nel lontano settembre scorso – da allora sono successe parecchie cose – in un precedente incontro pubblico avvenuto in questa sala. Quindi invito tutti a considerare che prossimamente ci saranno registrazioni e trascrizioni, grazie alla tecnica che per certi versi è nemica ma ci da anche una mano a costi molto ridotti per non perdere la memoria del lavoro fatto.
Nel presentare il prossimo relatore, Pietro Paolo Messina, volevo dire che mi è capitato di ritrovare un documento audiovisivo di alcuni anni fa, l’intervista a Massimo Morsello. Alcune date mi sono venute in mente: la data di fondazione di Forza Nuova nel 1997, la data di inizio o di “battesimo del fuoco” per le persone che hanno fondato Forza Nuova, circa un ventennio prima. Secondo me non dobbiamo mai dimenticare che nella biografia di ciascuno esistono fasi: le intemperanze giovanili, le grandi idealità, la maturità, il rapporto con il potere nelle sue varie forme. Si dice, in modo un po’ qualunquista: «Appena ti avvicini alla gestione, alla stanza dei bottoni diventi esattamente come tutti gli altri, ecc.» Se le cose stanno così oppure no, lo si dimostra con la propria biografia. Credo che ognuna di queste fasi, per chi le vive appieno, sia ben degna di essere vissuta e anche di essere raccontata. Ricordo le ultime parole dell’intervista a Morsello, quando l’intervistatore chiede «Lei cosa suggerisce ai suoi figli, qual’è l’esperienza che gli trasmette?» e lui semplicemente dice «Qualunque idea maturino, gli suggerisco di seguirla». Sembra una banalità, non lo è perché dall’altra parte esistono le spinte alla conformità che pare aprire tutte le porte – o almeno non chiuderne alcune. Esiste la forma del pensiero dominante, che a tanti crea meno problemi. Anche presentare un libro come questo può creare qualche problema in più, ma ciò accade perché siamo i primi. Non gli unici. Essere i primi è una grande soddisfazione, troppe cose sono arrivate a maturazione e sono andate anche oltre. La legittimità di un dibattito pieno, che non abbia ringhiere di protezione, non abbia tabù su tematiche come queste è stra-matura in Italia. Anzi lo stiamo facendo tardi, comunque ci siamo arrivati e finché ci sarà la voglia di esserci lo faremo ancora. Qualcuno avrà la bava alla bocca perché non può spegnerci premendo un bottone, mentre una volta avrebbero potuto farlo. Mi dispiace per loro.
Un personaggio della storia della sinistra – che proprio in quegli anni era molto attiva – raccontava la nascita delle radio libere in tutta Italia come Radio Alice ecc. – non sapevo che ce n’erano anche di destra – e sottolineava il fatto che, mentre nella Tv di Stato con tanta fatica i partiti anche della sinistra erano riusciti infilarsi lì come monopolio raggiunto del dominio delle coscienze attraverso quel nuovo mezzo che entra nelle case degli italiani, purtroppo per loro arriva una possibilità più frammentata e plurale, le radio libere e non ci possono fare niente, non le possono impedire. Il nuovo pluralismo che noi vediamo oggi con la rete è il nostro humus, nel quale troppe voci si aprono per riuscire a spegnerle tutte.

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Nel suo intervento Lanzafame mostrava quanto oggi sia limitante per i nuovi movimenti d’opinione definirsi di destra, così ricadendo in stereotipi che non aiutano il processo conoscitivo. Volevo aggiungere che purtroppo non basta evitare di autodefinirsi così, ci saranno altri pronti a sovrapporre questa etichetta, così come abbiamo visto accadere nell’esempio dei Forconi o del Movimento Cinque Stelle, ai quali è stato detto «siete i soliti fascisti travestiti» ecc., per cui a quanto pare non c’è salvezza: non c’è una possibilità di evitare preventivamente il problema, piuttosto si può lasciare questo genere di polemiche nell’indifferenza. Se poi simili formule di semplificazione vengono usate nelle aule universitarie dai professori, per fortuna la società è più grande e gli studenti non sono chiusi sotto chiave: potranno andare a abbeverarsi e essere sollecitati da altre riflessioni, da altre fonti. Per fortuna gli allievi non sono le vittime dei loro professori, hanno altre possibilità.
Credo che ogni libro possa essere un esercizio di antiquariato, da rigattiere, oppure uno strumento anche per progettare, osservare e considerare i passi successivi. Ecco perché è significativa la presenza qui di persone che hanno ruoli in movimenti oggi attivi, come Pietro Paolo Messina e Giuseppe Scherma – al quale mi avvio a dare la parola. Volevo richiamare alla vostra attenzione un passaggio del libro nel quale si parla della “guerra dei sei giorni”, quando da parte dei vari osservatori, politologi, giornalisti non necessariamente allineati al Movimento Sociale Italiano ma che parlavano liberamente, si esprimeva ammirazione per questo esercito israeliano che ricaccia indietro la coalizione nemica e ottiene un grande successo militare. Un esempio di quei tanti fatti che sono avvenuti mentre il dibattito andava avanti e entravano nel discorso, come la guerra del Vietnam sulla quale c’era a destra chi parlava bene dei vietcong anche se erano comunisti perché stavano difendendo la propria terra e per questo ricevevano un moto di simpatia e di solidarietà, così come oggi alcuni si pongono nei confronti dell’Intifada. Insomma si è sempre guardato alla situazione internazionale del momento, e si parlava anche della Francia, il ritorno di De Gaulle Padre della Patria e protagonista della rinascita francese durante la guerra, il “gollismo” anche in Italia era molto apprezzato.

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Nel sistemare la scaletta degli interventi per l’incontro di oggi ho voluto lasciare uno spazio di “recepimento” all’Autore per permettergli di elaborare delle risposte. Scrivendo il libro ha fatto il primo passo, noi lo abbiamo letto e l’argomento ci ha sollecitato a riunire oggi alcuni dei protagonisti viventi – e non in forma cartacea – perciò ora è il momento di tirare le fila e tocca al nostro Luca Tedesco.

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Prima Giuseppe Scherma ha detto «Ho fatto il segretario politico per tutta la giornata, ora fatemi rilassare un po’ con la cultura», o comunque affiancare anche questo aspetto. Mi fa piacere che ci possa essere l’utilità di un momento che voleva essere spazio di approfondimento e di riflessione su certe categorie di base. Ognuno se ne potrà fare un’idea ripercorrendone i passaggi, rileggendo qualcosa di ciò che è stato detto, dai lavori di oggi io ricavo un’impressione: alla domanda «se ti dico destra?» rispondo che mi sento in un ghetto, una prigione prodotta da altri, come un angolo o riserva indiana davvero deprimente, che per molti decenni è stata indiscutibile, forse anche per ragioni di sopravvivenza pratica in queste latitudini: “destra” voleva dire anche la sconfitta bellica, c’erano gli italiani che “avevano vinto”. Se volevi essere fra gli italiani che hanno vinto la guerra dovevi dirti di sinistra, facile! Perché scegliere di essere tra i perdenti? Nessuno è così masochista. E infatti abbiamo avuto quaranta milioni di partigiani dopo i quaranta milioni di baionette. Psicologicamente parlando, è più appagante. Ma credo che sia giunto il momento, e forse ce lo dice e ce lo impone questo libro di Luca Tedesco e il nostro confrontarci oggi come in altre occasioni che potremo avere: rifiutiamo la categoria “destra” semplicemente perché non ci serve a niente, non ci aiuta ma ci allontana dal valutare un’idea, una posizione, una proposta, un giudizio, una innovazione per quello che è. In questi anni e decenni c’è chi si è esercitato a fare la “caccia” all’uomo di destra, la caccia al fascista. Ne conosco parecchi, ce ne sono tanti, voglio riferirmi soltanto a uno perché ha avuto una carriera interessante e ci ha guadagnato molto con il suo mestiere, tanto è vero che adesso fa l’europarlamentare. Appartiene al Pd, è professore universitario e l’ho conosciuto alla Sapienza di Roma, facoltà di Lettere cioè uno dei feudi storicamente della sinistra. Alcuni anni fa gli hanno commissionato di fare un libro: «Sta nascendo il Pd, ci serve una “storia civile” per dimostrare che il partito comunista e la democrazia cristiana si sono sempre voluti così bene che non si capisce perché ci abbiano messo tanto a fare il Pd». Serviva un libro fatto in questo modo: Peppone e Don Camillo insieme all’osteria, una legittimazione ex post necessaria per quel momento. Servivano un po’ di radici false, si crea una mitologia. Ecco il mestiere, ma lui oltre a questo particolare compito fondativo insostituibile che gli è stato assegnato dal partito che poi lo ha premiato con un posto all’Europarlamento, nella normale quotidianità si esercitava all’università a fare l’assaggiatore di libri e di personaggi con le loro dichiarazioni per dire alle sue vittime – gli studenti – «Occhio, quello che oggi ha detto Biagi è di destra, quello che ha detto Montanelli è un po’ più di sinistra, su Travaglio attenzione…». Dava i consigli per gli acquisti, in una pedagogia quotidiana. Questo suo lavoro – che io disprezzo profondamente, lo trovo squallido per chi lo fa, pietoso per chi lo riceve e assolutamente nemico dello sviluppo cerebrale di ciascuno di noi – è il mestiere di chi ha chiuso in una gabbia tante idee, tante intellettualità, tanta curiosità. Se noi pensiamo a che cos’era l’architettura, l’arte, le arti figurative, la scenografia, il teatro del periodo futurista… «Ah! Non puoi parlare di futurismo, sei fascista!» ecco la morte totale, il cimitero, lo zdanovismo della politica sovietica, del realismo socialista che ti dice assolutamente quali sono le poche cose giuste e tutte le altre sono sbagliate. Facilmente è stato fatto il deserto che poi è venuto fuori nel dopoguerra. Liberarci da ciò significa rinascere, è una giovinezza intellettuale che dobbiamo ancora vivere e scoprire, ma noi siamo protagonisti proprio nel momento in cui ce ne liberiamo individualmente e ricominciamo a guardare il panorama, il passato e l’avvenire senza più gabbie mentali e, come dice Luca Tedesco, fuori dai “presepi ideologici”.
Ci rivedremo a Caltagirone con il prossimo libro del prof. Tedesco. Gli incontri che facciamo, poi – anche se non sembra – molti se li guardano dallo spioncino della porta, perché si imbarazzano un po’: ancora siamo molto “spudorati” a proporci così e poi arrivano quelli con gli striscioni, ecco che c’è chi si agita per questo e preferisce restare a casa. Però noi lanciamo messaggi nella bottiglia, attraverso la rete e credo che ciò incoraggerà sempre di più a rompere il ghiaccio tante altre persone in una città che ha lunghe tradizioni e una bella storia di cultura e politica. Il suo ritratto di oggi secondo me ci mostra l’ultima fase precedente a quando molte altre persone si stuferanno di stare chiuse nelle vecchie schematizzazioni che ormai sono decrepite e non aiutano più nessuno, soprattutto con le problematiche che ci sono qui, in una città che è “alla frutta” da tutti i punti di vista. Quindi per il loro bene e per la loro sopravvivenza, è bene che gli abitanti di Caltagirone e del Calatino si diano una mossa perché peggio di così… più scuro di mezzanotte non può fare. Grazie a tutti, ci rivediamo al prossimo incontro.

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