Il Cara di Mineo – Dossier (introduzione)

Senzanome

Pur trattandosi della più grande struttura d’Europa nel suo genere, unica per numero di persone coinvolte, complessità e costi, di fatto nei primi anni il Cara è rimasto un argomento di interesse esclusivamente locale. Quasi mai superava la cronaca del Calatino nelle pagine provinciali de “La Sicilia”. Un interesse di nicchia per il mondo delle associazioni umanitarie e della cooperazione internazionale, che svolgevano attività di monitoraggio come è stato per Medici senza Frontiere, Save the Children, Amnesty International e molte altre. Solo l’emergere delle problematiche più gravi ha attirato l’attenzione dei media. Ecco che – ironia della sorte – l’intero Paese viene a sapere che esiste un megavillaggio dedicato alla solidarietà proprio quando avvengono i fatti più gravi e impressionanti, come le rivolte dei richiedenti asilo che evocano scenari poco compatibili con la vocazione solidale del progetto. Nasce allora il caso nazionale, che avrà effetti importanti sul dibattito politico nel contesto più ampio dei contrapposti atteggiamenti verso il fenomeno dell’immigrazione.
Si propone qui un contributo al dibattito sul tema dell’immigrazione nel continente europeo attraverso l’Italia, con una analisi focalizzata sul Cara di Mineo, il più grande d’Europa. Fin dall’inizio da molti sono state considerate soprattutto le opportunità economiche portate dal Cara: un postificio, un luogo prezioso per il denaro che faceva girare, a prescindere dalle funzioni che l’infrastruttura era chiamata a svolgere. Si possono notare delle analogie con l’economia della fame che impiega fondi pubblici in grandiosi progetti dei quali non si riesce a valutare l’efficacia, l’economia della guerra con armi vendute dagli stessi produttori alle due controparti, l’economia delle catastrofi naturali con le grandi opportunità insite nella ricostruzione. È una verità che emergerà gradualmente, nel tempo, dalla coltre dei buonismi che nella fase iniziale si manifestano con un trinomio ripetuto in continuazione: accoglienza, solidarietà e integrazione.
Le classi dirigenti di Mineo sono affezionate alle aule dei tribunali. Non riescono a starne lontane a lungo. Forse perché nel contrapporsi con l’autorità esterna si trova un modo per consolidare la propria legittimazione. Sono forme di vittimismo, ossia l’at- tribuzione a responsabilità esterne delle colpe riguardanti gravi fatti, colpe che però forze persecutorie – i magistrati? – si ostinano a caricare sulle spalle degli amministratori locali. Il caso della ben nota strage del depuratore è solo uno dei macroscopici esempi, la serie dei processi è lunga e alla fine chi ne va di mezzo sono sempre le casse comunali, che tanto verranno lasciate piene di debiti a chi verrà dopo, come degna eredità*.
Fuori dalle campagne promozionali e dalle tante isterie del momento. Oltre la cronaca tumultuosa degli eventi, si cerca di fare il punto e mettere un poco di ordine nei fatti. Ecco uno strumento per quanti avranno modo in futuro di riconsiderare l’intera vicenda del Cara di Mineo nel contesto della più generale questione migratoria, ecco a loro disposizione la cronistoria ragionata, un insieme ordinato di dati e informazioni altrimenti sparse e perciò stesso poco decifrabili, destinate a perdersi nel grande vortice virtuale dei media. Nel corso del testo il lettore troverà riferimenti e richiami a antefatti che aiutano a capire certi passaggi e collegamenti. L’inchiesta giudiziaria seguita all’arresto di Odevaine ha inevitabilmente portato a una rilettura dell’intera vicenda alla luce dei nuovi elementi che fino a quel momento mancavano per avere un quadro più completo.
Vista la fortissima polarizzazione delle posizioni, con aspre polemiche sull’argomento, ci si potrebbe chiedere se esiste uno spazio residuo per l’obiettività. La risposta è che intanto va difesa l’onestà intellettuale, visto che l’autore di questo libro ha sempre espresso un punto di vista molto critico, che in sostanza è rimasto lo stesso e anzi ha trovato conferme ulteriori con l’andare del tempo. D’altra parte contano i fatti, le notizie documentate, e sono molte, accanto a una grande quantità di propaganda, affermazioni tendenziose e a altre informazioni non verificabili, che potrebbero essere state fatte circolare “ad arte”. Un insieme senza dubbio imperfetto ma tutto sommato abbastanza completo, perché si è raccolto molto di quanto detto e scritto da chi a vario titolo ha sostenuto la positività e i benefici dell’esistenza del Cara di Mineo. Nessuno dovrebbe sentirsi indotto a pensarla in un modo prestabilito, ciascuno tenga presente questa avvertenza nel farsi una libera opinione sull’argomento, che potrebbe non coincidere con quella che l’autore porta con sé. Un libro così si scrive anche per “liberarsene”: l’ansia e la paura di smarrire qualche dettaglio o qualche episodio di tutto ciò che si è vissuto anche in prima persona risiedendo per anni nei luoghi coinvolti non hanno più motivi di manifestarsi, la propria memoria si può rassicurare perché tutto è stato finalmente archiviato in un luogo esterno condiviso e non corre più pericoli di oblio.

*All’ingresso del centro storico di Mineo c’è una targa di marmo dedicata alla strage del depuratore. Vi morirono in sei persone, ma ci sono solo quattro nomi, perché gli altri due “erano forestieri” e già per questo ritenuti responsabili dei fatti, anche se non lo ammette nessuno, ma d’altronde nessuno ha reclamato per un simile trattamento discriminatorio. Nel frattempo è arrivata la condanna d’appello per tecnici e assessori comunali: svariati anni di carcere che non contano, ma è un’altra storia e ci vuole un libro a parte.

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