1 – Tutto è cominciato così (15 febbraio 2011) (1)

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1 – Tutto è cominciato così (15 febbraio 2011)

L’emergenza Nordafrica, i profughi e l’accoglienza

Il problema dell’accoglienza si va a confrontare con il fenomeno di vaste proporzioni dei viaggi in mare dalle coste africane verso l’Europa. Una via molto rischiosa, si calcola che nei viaggi della speranza dall’Africa all’Europa abbiano perso la vita almeno 25mila persone negli ultimi 20 anni.
2015.06.22 (n. 059)-Pagina002Ufficialmente, l’emergenza Nordafrica inizia il 28 febbraio 2011 e durerà due anni. Ma già da settimane tutta la faccenda era tra gli argomenti più seguiti in rete, TV e stampa. In Egitto si sono avute tre settimane di rivolte in piazza, l’economia e il turismo sono bloccati, anche i poliziotti scendono in piazza e l’esercito è in difficoltà, il governo Mubarack è alla fine. «Dalla Tunisia In migliaia pronti a partire» e «Nell’ultimo mese sbarcati 5.278 tunisini», titola in prima pagina “La Sicilia” del 15 febbraio. Dalle coste africane imbarcazioni di ogni genere arrivano a Lampedusa, che presto arriverà a dichiarare il collasso. Ecco allora che improvvisamente atterrano a Catania il capo del governo Berlusconi e il ministro dell’interno, Maroni, con lo scopo di – riferisce il giornale – «visionare una struttura d’accoglienza nei pressi di Mineo». Potrebbe essere un’ex struttura per le famiglie dei militari di Sigonella, il “Residence degli aranci” ad ospitare «diverse centinaia di disperati», ben presto si vedrà che i numeri sono ben più consistenti. Alla visita partecipa anche il proprietario del residence, Pizzarotti, ma la stampa omette di riferire questo dettaglio. Il trasferimento di persone da Lampedusa alla Sicilia è già in corso, si usano i traghetti di linea per raggiungere Porto Empedocle secondo le disposizioni impartite dal Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica [1]. Il centro di accoglienza sull’isola è arrivato a contenere il triplo della sua capienza, va decongestionato e il coordinatore del progetto Presidium dell’Unicef Riccardo Clerici spiega che si utilizzeranno gli altri centri italiani, mediante trasferimenti, in particolare la rete dei Cara – Centri di accoglienza per richiedenti asilo. Sul molo di Lampedusa stazionano duemila persone tra cui duecento minorenni, le unità di Polizia e Finanza sono ridotte e non hanno modo di procedere all’identificazione. Danno un numero progressivo secondo l’arrivo delle persone, cercano di far partire per la Sicilia prima i più giovani, lasciano che tutti si muovano liberamente nel centro urbano di Lampedusa e per le campagne circostanti, uno stato di cose che diffonde allarme tra gli abitanti: «nessuno è in grado di garantire la sicurezza». Eppure non mancano elementi di compatibilità: in molti parlano italiano, imparato grazie alla TV, sono giovani e molti con diploma, hanno qualche soldo per comprare da mangiare nei negozi e telefoni cellulari per chiamare i familiari rimasti a casa. Vogliono arrivare in Francia, da dove vengono è appena caduto il governo, c’è violenza e manca il lavoro. Il viaggio è stato fatto pagando migliaia di euro a persona agli scafisti, ma alcuni si sono organizzati diversamente, hanno comprato una barca in società e si sono messi in mare per conto proprio, senza intermediari. Una volta arrivati a Lampedusa, l’attesa per proseguire a nord viene sopportata con insofferenza e già qualcuno parla di “bomba a orologeria”. È passato un mese dalla “rivoluzione tunisina” [2]. C’è una forte destabilizzazione politica, il che complica le cose per il governo italiano: per procedere al respingimento e al rimpatrio dei clandestini serve il benestare della controparte. Per il momento vengono trattenuti nei Centri di Identificazione e Espulsione – Cie – e si da il foglio di via a chi non si dichiara rifugiato politico chiedendo asilo e permesso di soggiorno. I tempi possono arrivare da due a sei mesi [3]. Inoltre, sulle coste tunisine i controlli per impedire le partenze sono nel caos, anche se l’esercito presidia i porti gli scafisti partono dalle spiagge al buio per raggiungere i barconi al largo, è rischioso e non mancano incidenti mortali con feriti e dispersi, come nelle notti del precedente fine settimana [4]. Non è per paura della guerra che si parte dalla Tunisia ma per le difficoltà economiche e la mancanza di lavoro, forse il nuovo governo potrebbe concordare aiuti europei per sviluppare la propria economia, sempre che le condizioni politiche si stabilizzino entro breve tempo. Per il momento le autorità tunisine comunicano che non accetteranno ingerenze sulle loro questioni interne né l’invio di unità armate, mentre il ministro degli Esteri Frattini a seguito di un colloquio con il primo ministro Ghannouchi fa sapere che l’Italia fornirà equipaggiamenti per le forze di polizia locali e, commentando la notizia dell’avvistamento di un barcone partito dall’Egitto e sbarcato a Pozzallo con sessanta persone, aggiunge: «Speriamo sia un caso isolato ma non ci facciamo illusioni, crediamo che un enorme flusso di migrazione potenziale possa riversarsi sulle coste europee».
Il governo italiano in questa fase si rivolge all’Unione Europea chiedendo che l’emergenza migranti venga affrontata come un problema comune. Da parte del ministro degli interni Maroni vengono avanzate precise richieste: «L’emergenza migratoria di questi giorni non ha precedenti nelle stagioni passate: nel 2008, quando ci fu il picco, arrivarono 38 mila clandestini in Italia in tutto l’anno; ora sono arrivati in un mese cinquemila. Al momento non ci sono stime, ma se va avanti così rischiamo di superare gli ottantamila arrivi. È per questo che l’intervento è necessario e urgente. Chiediamo all’Europa un primo contributo di cento milioni di euro per fronteggiare l’emergenza e la riforma di Frontex, l’Agenzia europea delle frontiere, in modo che possa trasformarsi in una struttura operativa in grado di controllare con propri mezzi i confini, gestire i Cie e procedere all’identificazione e al rimpatrio dei clandestini. La cifra serve per affrontare l’emergenza nei prossimi tre mesi. È una somma necessaria per garantire gli standard dell’assistenza. Noi utilizziamo numerosi mezzi in mare, ricognitori aerei e tutto questo a costi elevati. La nostra attività non è impiegata per respingere gli immigrati ma per perlustrare le aree».
La trasferta-lampo a Mineo la mattina del 15 febbraio 2011 era stata preceduta il giorno prima da un incontro del Comitato Nazionale dell’Ordine e della Sicurezza Pubblica a Roma nella sede del ministero degli Interni. Oltre a rappresentanti dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati – Unhcr – e della Caritas, è presente il prefetto di Palermo Giuseppe Caruso. Nominato domenica 13 Commissario straordinario per l’emergenza immigrazione, il prefetto Caruso ha proposto un piano per l’accoglienza in territorio siciliano basato su alcune strutture esistenti. Nell’elenco oltre all’aeroporto di Comiso, c’è anche il “Residence degli Aranci” in provincia di Catania, libero e pronto all’uso e del quale già il giorno prima i carabinieri avevano cercato la planimetria presso l’ufficio tecnico del Comune di Mineo.
Le intenzioni del governo italiano si precisano in una conferenza stampa presso la Prefettura di Catania, con le parole di Maroni: «Abbiamo trovato una struttura già utilizzabile e disponibile per ospitare i migranti. L’idea di realizzare un ‘villaggio della solidarietà” nel Residence degli Aranci a Mineo è venuta al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi durante la visita di stamane. Il residence ha i requisiti necessari per la sicurezza, è in ottime condizioni, ha una mensa e delle strutture sanitarie al suo interno. È una struttura molto interessante, inutilizzata, che sarebbe sprecata come ricovero per i clandestini, ma sarebbe utile per i rifugiati in giro per l’Italia. Fuggono da scenari di guerra, sono nuclei familiari, donne, bambini. Per questo abbiamo pensato che potesse essere creato a Mineo il primo villaggio della solidarietà dedicato ai rifugiati disseminati in tutta Italia. Abbiamo dato disposizione di censire tutti i rifugiati richiedenti asilo in tutta Italia, per dare loro una sistemazione decente. Servono 48 ore di tempo per fare le necessarie valutazioni e l’idea del governo è quella di ospitare a Mineo tutti i richiedenti asilo, anche quelli, oggi distribuiti nei centri di accoglienza per richiedenti asilo di tutto il territorio nazionale. In questo modo i posti che si libereranno nei centri di tutta Italia saranno presi dai clandestini arrivati in questi giorni. Stiamo facendo una serie di ricognizioni e nel giro di 48 ore, dopo un censimento dei rifugiati, potremmo iniziare a operare. La proposta che io ho fatto di procedere alla realizzazione del Villaggio della Solidarietà di Mineo, è un modello di eccellenza che può mostrare all’Europa come si fa. Mineo potrà essere la sistemazione ottimale e diventare il primo ‘Villaggio della solidarietà’ che potrebbe diventare un modello di assistenza e solidarietà italiano di grande efficienza, con il coinvolgimento di associazioni, della Croce rossa, ed Enti locali». A quanto detto dal ministro il prefetto Caruso aggiunge riguardo a Mineo che «Per la cittadina ospitare i rifugiati è una opportunità anche sotto l’aspetto economico. E poi, la nostra è stata solo una visita esplorativa».
Da Palermo, il presidente della Regione Raffaele Lombardo in un primo momento si dichiara concorde con l’iniziativa del governo in merito all’emergenza migranti e annuncia la piena collaborazione della protezione civile regionale per l’assistenza agli immigrati.
Quanti saranno gli ospiti? La capienza originariamente prevista per la struttura residenziale è di duemila persone, ma da parte del governo si arriva a ipotizzare di portarvi anche settemila richiedenti asilo, un numero che – secondo il costruttore e proprietario Pizzarotti – la struttura è perfettamente in grado di sostenere. Dal canto suo, il sindaco di Mineo Giuseppe Castania era stato del tutto ignorato, aveva saputo della visita di Berlusconi casualmente leggendo un fax della questura inviato ai vigili urbani locali e era stato semplice spettatore della sortita governativa nel territorio del suo Comune. Eppure non si perde d’animo e subito esprime preoccupazione per l’arrivo di migliaia di migranti: «Ho ascoltato in silenzio: né Berlusconi né Maroni mi hanno stretto la mano. È stata una scortesia istituzionale non avere invitato quella che, in seguito a due decreti emanati dal ministro Roberto Maroni, è la massima autorità locale per la sicurezza: il sindaco. Io ho partecipato – in disparte – all’incontro soltanto perché, saputo dell’iniziativa, sono venuto qui di mia spontanea volontà. Era un mio dovere e diritto esserci perché la priorità che nostra comunità chiede è la sicurezza e lo Stato deve darci questa garanzia. Ora mi diranno razzista, magari. Ma io rispondo: stiamo scherzando? In tutta sincerità la nostra gente già da ieri è in allarme, ed è seriamente preoccupata. Già la nostra economia è in ginocchio e attorno a questo residence ci sono aziende agrumicole e molti agriturismi che durante il periodo di bassa stagione subiscono furti e saccheggi. Se a tutto questo dovesse aggiungersi un ulteriore potenziale pericolo allora la gente rischierebbe di non andare più nei fondi agricoli. Nel residence degli aranci, fino a poco tempo fa, abitavano al massimo mille statunitensi, ora vogliono stipare in quegli appartamenti un numero sette volte superiore di persone. Con quali risorse umane e finanziarie sarà garantita la sicurezza nella zona? La preoccupazione è relativa soprattutto alla sicurezza perché è chiaro che un conto è sopperire a un’emergenza umanitaria, un’altra cosa è riuscire a controllare coloro che eventualmente potrebbero fuggire da un insediamento come è successo da altre parti e chiaramente si tratterebbe di persone disperate alla ricerca delle cose di prima necessità e la gente è preoccupata che questo potrebbe far venir meno la sicurezza nelle campagne. Molte di queste persone sono veramente disperate ma altre sono qui per delinquere. Siamo sinceramente preoccupati e vorremmo quindi delle rassicurazioni, che sicuramente nelle prossime ore o nei prossimi giorni non mancherà all’autorità fornirci. Sono più dei 5.300 cittadini di Mineo, con quali risorse e forze potremo far fronte a questo peso?». Tra i menenini si ascoltano reazioni abbastanza convergenti, accanto a un sentimento spontaneo di solidarietà prevale l’incertezza, ci si interroga sui numeri. Lungimiranti parole sono quelle pronunciate dal sacerdote Franco Minolfo della chiesa di San Pietro: «Il problema non è dare rifugio e ospitalità a questi nostri fratelli sfortunati. È al dopo che occorre guardare per affrontare il problema alla radice. La paura è che emergenze come questa vengano sfruttate in un modo o nell’altro».
Il sindaco di Caltagirone Franco Pignataro è forse tra i più espliciti oppositori del progetto governativo, per le conseguenze che rischia di portare su tutto il comprensorio Calatino: «Il potenziale arrivo di migliaia di migranti nel Residence degli aranci di Mineo è una bomba a orologeria che rischia di essere un esempio di ulteriore marginalizzazione e un attentato alla dignità delle persone. Sono contrario a creare una sorta di riserva indiana. Caltagirone è una città che è stata sempre pronta all’accoglienza. Di fronte all’emergenza Lampedusa siamo stati tra i primi a dichiararci disponibili. L’altro ieri sera lo abbiamo ribadito in prefettura dando la disponibilità per cinquanta persone. Stiamo costruendo con il Viminale un centro di accoglienza per ottantotto minorenni immigrati, un progetto è in corso per l’accoglienza a decine di rifugiati politici e un altro per l’accoglienza ai minori senza famiglia. Abbiamo uno sportello immigrati con una serie di utili servizi e un centro di formazione per la lingua ai migranti in preparazione all’esame per il rinnovo del permesso e della carta di soggiorno. Quindi, siamo impegnati in prima linea e con atti concreti, però così come si intende fare a Mineo non si crea l’integrazione, ma si determinano situazioni ancora più pesanti di quelle di Lampedusa. L’accoglienza funziona se è diffusa, non se una presenza così folta di immigrati è concentrata in una zona avulsa dal contesto territoriale. E non mi sono piaciute le dichiarazioni del ministro Maroni, secondo il quale il fenomeno migratorio deve essere contenuto dentro la Sicilia. Si tratta dell’ulteriore testimonianza di un governo a sempre più forte trazione leghista. Il problema dell’immigrazione non è della Sicilia, ma dell’Italia e dell’Europa, altrimenti diventa un problema difficilmente gestibile se non con interventi di ordine pubblico».
Partiti e movimenti politici non mancano di far sentire la propria voce. Da parte del gruppo “La Destra – Con Nello Musumeci per la Provincia” tempestivamente interviene il consigliere Giuseppe Mistretta: «valutiamo in maniera positiva la decisione del governo di trasformare il Residence degli Aranci di Mineo in un centro d’accoglienza per migranti. Il governo centrale deve comunque potenziare i mezzi e gli uomini delle Forze Ordine nell’area di Mineo, per arginare eventuali atti criminosi che potessero provenire dai rifugiati nelle strutture messe a disposizione. Il nostro territorio, peraltro a vocazione turistica oltre che agricola, fino ad ora è stato sostanzialmente sano ed occorre fare il massimo perché tale permanga. Accoglienza sì, ma la sicurezza dei cittadini viene prima di tutto». Alla Provincia di Catania il presidente è Giuseppe Castiglione, del quale si vedrà ben presto il ruolo di primo piano nella vicenda del Cara di Mineo.
Sel Catania si dice favorevole al Cara di Mineo «se si tratta di fronteggiare una soluzione di emergenza, che serve a ospitare i rifugiati politici, oggi stipati a Lampedusa in condizioni disumane» e attacca polemicamente quanti avevano parlato di rischi per la sicurezza [5]. Rifondazione Comunista esprime l’idea che «l’Italia e l’Europa non possono riproporsi nel loro cinismo, nell’indifferenza, nel razzismo di chi nega i più elementari diritti alla vita e alla dignità. È necessario pertanto dare risposte di solidarietà e di accoglienza, piuttosto che riprodurre le pratiche dei respingimenti, dei contrasti fisici, delle espulsioni e dei rimpatri anticamere delle galere». Attraverso il segretario di Caltagirone Gigi Cascone e il consigliere comunale a Mineo Nello Blangiforti, il partito si dice quindi favorevole all’apertura di un grande centro di accoglienza «purché ne sia dichiarata la natura civile, democratica, aperta all’ingresso e al controllo del mondo dell’informazione, del volontariato, dell’associazionismo che opera a sostegno dei migranti. Spazio pubblico perciò di vita sociale e di partecipazione democratica piuttosto che carcere sotto mentite spoglie». Nel mondo politico della sinistra però non la pensano tutti allo stesso modo: differenziandosi dai responsabili catanesi di Sel, a livello regionale il partito dice cose diverse, attraverso Francesco Alparone dell’esecutivo regionale: «Sinistra Ecologia e Libertà Sicilia ritiene che la decisione di utilizzare il “Residence degli Aranci”, come centro di accoglienza, anche temporanea, dei migranti che in queste ore stanno sbarcando sulle coste siciliane, sia una scelta scellerata, che testimonia ancora una volta l’incapacità del governo Berlusconi, ormai Lega-dipendente, di intervenire sulle grandi questioni che investono il paese. Pensare di sistemare migliaia di uomini e donne in una struttura totalmente priva dei servizi primari di accoglienza e che dista dal centro abitato più di 10km è una follia che rischia di rendere il problema ancora più grave. Pensiamo che questa scelta folle, con il silenzio complice del Governo Lombardo, sia l’ennesimo regalo agli appetiti xenofobi e razzisti della Lega che pensa di nascondere il problema, impedendo a migliaia di migranti di “varcare lo Stretto”, concentrando tutto in un solo territorio. Il problema riguarda tutta l’Italia, occorre attivare in tutto il paese un sistema di accoglienza diffusa in tutto il territorio, coinvolgendo a pieno titolo tutti i soggetti, per lo più volontari, che praticano da anni vere politiche dell’integrazione e della solidarietà». Anche Gemma Marino – già attiva nel settore dell’accoglienza a Caltagirone con l’associazione Astra – valuta quella del Cara «una soluzione sbagliata perché una concentrazione di migliaia di persone senza alcun servizio e con carattere residenziale rischia di creare un lager a cielo aperto. In questo modo si pongono le premesse per una situazione dagli effetti socialmente deflagranti».
Tra le voci critiche dei primi momenti c’è anche il senatore Pd Enzo Bianco, già sindaco di Catania, secondo il quale «L’insediamento improvviso di migliaia di migranti a Mineo potrebbe avere impatti eccessivi sul territorio e sugli abitanti. Non vorrei che qualcuno al Nord pensasse che il problema dei migranti sia solo della Sicilia e se ne lavasse le mani». Nel riportare i fatti tumultuosamente accaduti nel corso della giornata, il giornalista di “Sud” Andrea Martino è polemico verso il governo centrale che vorrebbe «imporre ai siciliani di pagare da soli il prezzo dei fallimenti altrui» invece di usare come criterio «quello della maggiore presenza nelle aree più ricche del Paese, dove sarebbe possibile offrire maggiori opportunità ed alleviare l’impatto sociale». Il giornalista vorrebbe sentire l’opinione del sindaco e del prefetto di Catania – Stancanelli e Santoro – finora non pervenuta di fronte a concreti rischi per il territorio: «Qualcuno ha idea di quale potrà risultare l’impatto su un tessuto sociale ed economico già collassato com’è quello catanese? Qualcuno ha idea di cosa accadrebbe alla sicurezza nel nostro territorio, nelle nostre case, per le nostre imprese? A qualcuno è venuto in mente come la Mafia potrebbe assoldare a buon mercato nuova manovalanza tra questi disperati? Occorre ribellarsi. Sono momenti in cui far sentire la voce non meno disperata di tanti siciliani che già vivono un deficit di servizi abissale in rapporto ad altri territori del Paese». Un buon tempismo dimostra anche il portale telematico di documentazione civica “Qui Mineo”, che oltre alla rassegna stampa “in tempo reale” propone – a firma del sottoscritto – una breve analisi della nuova fase che si apre per il territorio, rispetto a quanto fino a poco prima si era ipotizzato per il “Residence degli Aranci”: «Dopo alcuni mesi di silenzio da parte di tutti gli interessati al progetto di riutilizzo del “Residence degli Aranci” in una forma che prometteva di mantenerne l’integrità e il pregio, la sorpresa di questa mattina. Visita-lampo di Berlusconi accompagnato dal Ministro dell’Interno per vedere se la struttura è adatta a ospitare immigrati-profughi provenienti dalle nazioni della costa nordafricana che di recente hanno vissuto sconvolgimenti politici di grande portata. Le agenzie di stampa parlano di “case di proprietà degli Stati Uniti”. I lettori di “Qui Mineo” sanno che l’intero villaggio è proprietà di un’azienda italiana, che fino alla scorsa estate stava cercando una via di soluzione al problema che era nato dall’abbandono del villaggio da parte del governo Usa – che pagava l’affitto e la manutenzione gestita dalla stessa ditta – previsto per l’inizio del 2011. Così era stato elaborato il progetto di social housing – centro polifunzionale che avrebbe dovuto coinvolgere tutti i comuni del Calatino, Mineo in prima fila ma Caltagirone inspiegabilmente assente, per usare fondi statali e dare case con affitti convenienti ai cittadini e spazi operativi per associazioni, cooperative ecc. Nel frattempo, va anche ricordato, la ditta proprietaria del complesso aveva iniziato una campagna pubblicitaria rivolta ai militari americani di Sigonella (i cartelloni erano solo in inglese) per proporre loro di prendere in affitto le abitazioni, con contratti privati. Non è noto quale effetto abbia avuto questa campagna pubblicitaria ma è chiaro che la notizia di oggi cambia il quadro della situazione, e non di poco. Trattandosi di una proprietà privata, il governo italiano dovrà pagare per metterci dentro le persone sbarcate. Nel canone di affitto sono previsti anche i prevedibili danni che la struttura – un complesso che si può definire “di lusso” – inevitabilmente riceverà da ospiti incapienti e provvisori? Forse entro oggi stesso si saprà qualcosa di più».
Il giorno dopo… (continua)

[parte 2]

Note:
[1] Il Comitato Nazionale dell’Ordine e della Sicurezza Pubblica è organo ausiliario di consulenza del Ministro dell’Interno per l’esercizio delle sue attribuzioni di alta direzione e di coordinamento in materia di ordine e sicurezza pubblica. Il Comitato, che è disciplinato dagli artt. 18 e 19 della legge 1° aprile 1981, n. 121, esamina ogni questione di carattere generale relativa alla tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica e all’ordinamento ed organizzazione delle forze di polizia. Presieduto dal Ministro dell’Interno, il Comitato è composto da un Sottosegretario designato dal Ministro, con funzioni di vice presidente, dal Capo della Polizia – direttore generale della pubblica sicurezza, dal Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, dal Comandante Generale del Corpo della Guardia di Finanza, dal Direttore del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e dal Dirigente Generale Capo del Corpo Forestale dello Stato. Dato l’interesse degli argomenti posti all’ordine del giorno, il Ministro dell’Interno può chiamare a partecipare alle riunioni del Comitato dirigenti generali del Ministero, l’Ispettore generale del Corpo delle capitanerie di porto, altri rappresentanti dell’amministrazione dello Stato e delle forze armate; può invitare alle stesse riunioni componenti dell’Ordine giudiziario, d’intesa con il Procuratore competente. (dal sito interno.gov.it).
[2] Il presidente-dittatore Ben Alì, in carica dal 1987, era fuggito in Arabia Saudita il 14 gennaio a causa delle rivolte popolari in numerose città della Tunisia iniziate nel dicembre 2010 per protestare contro disoccupazione, rincari alimentari, corruzione e cattive condizioni di vita.
[3] Il testo unico sull’immigrazione (Dlgs 286 del 25 luglio 1998 poi modificato con la legge 94 del 15 luglio 2009 afferma che la convalida dell’espulsione comporta la permanenza dell’immigrato nel Cie per trenta giorni prorogabili per altri trenta, ma «in caso di mancata cooperazione al rimpatrio del cittadino del Paese terzo interessato o di ritardi nell’ottenimento della necessaria documentazione dai Paesi terzi, il questore può chiedere al giudice di pace la proroga del trattenimento per un periodo ulteriore di sessanta giorni. Qualora non sia possibile procedere all’espulsione in quanto, nonostante che sia stato compiuto ogni ragionevole sforzo, persistono le condizioni di cui al periodo precedente, il questore può chiedere al giudice un’ulteriore proroga di sessanta giorni. Il periodo massimo complessivo di trattenimento non può essere superiore a centottanta giorni».
[4] Venerdì 11 febbraio 2011 una motovedetta tunisina sperona un barcone sul quale si trovano centoventi migranti, facendone annegare quaranta; la notte successiva si scontrano due barche da pesca che stavano raggiungendo un motopeschereccio per continuare il viaggio dei migranti: 5 morti e 17 dispersi.
[5] Con toni molto aggressivi e categorici – un vero processo alle intenzioni – si afferma da parte dei responsabili provinciali di Sel che i riferimenti al problema della sicurezza e «le dichiarazioni di chi si preoccupa di furti di arance legati alla presenza di migranti sono frutto di stupidi pregiudizi e della pochezza di certa classe politica, incapace di affrontare grandi temi senza smettere di fare propaganda elettorale di basso profilo».

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