Il Cara di Mineo, le comunità locali e i soldi spesi per la conquista del consenso

Intervento di Leone Venticinque all’incontro sull’immigrazione (Catania, 2015.08.20)

Il Cara di Mineo, le comunità locali e i soldi spesi per la conquista del consenso

Siamo venuti da Mineo, dove l’on. Artini è stato tre volte per visitare il Cara con delegazioni di parlamentari già dall’anno scorso, con il Movimento Cinque Stelle del quale faceva parte.
Ringrazio gli organizzatori per questa iniziativa che cade in giorni per i quali si dice che «la politica va in vacanza». Ruoli istituzionali, come nel caso di Artini la vicepresidenza della Commissione Difesa della Camera, in teoria vanno oltre le posizioni di parte e di partito, cioè dovrebbero rappresentare “la Nazione”. Ce lo ricorda tra l’altro l’art. 67 della Costituzione: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Resta però un dubbio, se ci sia soltanto la Nazione che sta governando o anche quella che si trova all’opposizione e che la pensa diversamente.
Così se per esempio Salvini parte per la Nigeria, non sappiamo se rappresenterà l’Italia o cos’altro. In linea di massima non è una buona cosa portare all’Estero le polemiche interne, Artini ha ben definito come “squallida” la formula di chi cerca voti quando dovrebbe rappresentare il Paese. D’altra parte non è facile rappresentare tutti su argomenti che vedono divisioni molto profonde e posizioni governative che vengono aspramente contestate dalle opposizioni. Si può fare l’esempio del Muos di Niscemi – che Artini ha visitato più volte – dove è in corso la vertenza tra il ministero della Difesa e il tribunale regionale. In casi come questo, con quale parte si identifica l’idea di Nazione? Sono due componenti istituzionali dello stesso Paese, senza considerare inoltre i settori dell’opinione pubblica schierati a favore o contro. Sarebbe un paradosso dire che “noi”, rappresentati dal ministero, stiamo facendo ricorso contro un provvedimento di sequestro della base Usa che è stato anch’esso deciso da noi, cioè da un tribunale della Repubblica Italiana. Ricordiamoci che c’è una democrazia nella quale una parte ha perso le elezioni e esercita il ruolo di opposizione e rappresenta il Paese nella sua identità tanto quanto la maggioranza, che ha in più soltanto la responsabilità di governare ma non azzera né cancella le idee diverse. L’on. Artini ci dice che è stata la Regione Sicilia, a suo tempo, a dare i permessi e ora stiamo facendo una figuraccia con gli americani, che ci sono i quattro miliardi di investimenti già spesi ecc. Artini, insieme all’ex collega di partito Rizzo, ha avuto modo di parlare direttamente con i rappresentanti Usa e di rilevarne lo stupore, più o meno sincero, visto che i governanti del tempo avevano detto che «andava tutto bene» e che potevano costruire tranquillamente le loro antenne. Io direi invece che ciò non costituisce né una giustificazione né un fatto compiuto dal quale non si può tornare indietro. Sono state seguite procedure irregolari per responsabilità di politici italiani e siciliani che oggi si trovano inquisiti e sottoposti a processi. Sui due piatti della bilancia pesa da una parte la “figuraccia da peracottari” del rimangiarsi la parola data agli Usa e, dall’altra, il rispetto delle leggi italiane con le autorizzazioni previste e che non sono state concesse. Cosa scegliere? Un Paese come l’Italia non dovrebbe avere dubbi su cosa fare in casi come questi, da che parte stare. Eppure abbiamo un ministero italiano che fa ricorso e va a favore degli interessi Usa. E gli abitanti di Niscemi e di mezza Sicilia li lasciamo a correre rischi per la salute? Dovremmo forse sull’altare della “credibilità internazionale” sacrificare la legalità e il rispetto delle regole che questo Paese si è dato? Tra l’altro, la scelta a favore del Muos nel 2001 è stata fatta da un altro governo diverso da quello attuale, o ci sono fattori extrademocratici per i quali il ministro della Difesa attuale “non poteva non fare ricorso”, cioè era obbligata da qualcosa o da qualcuno a seguire sempre la stessa politica estera con una linearità che viene decisa non si sa da chi, fuori dal contesto democratico? A tale proposito Artini – che si trova all’opposizione con il gruppo “Alternativa Libera” – riconosce che il tema del Muos si poteva affrontare diversamente, che si doveva lavorare sulla “lealtà” reciproca tra Italia e Usa, valutando seriamente l’impatto ambientale anche rispetto a tutte le basi che si trovano in Sicilia, con una massiccia militarizzazione diffusa del territorio.
Ma ritornando al tema sul quale era stato organizzato l’incontro di stasera, vorrei dire a un rappresentante della Repubblica Italiana come è il deputato Artini che stranamente non ho sentito una lettura del problema dell’immigrazione sul piano interno, non basta dire soltanto che ci sono le “iniziative becere di Salvini” a contrastare proposte come quella del “volontariato civile” avanzata da Artini. Ricordiamo che il politico cerca il consenso o interpreta parti di opinione pubblica per quello che sono. Nel comprensorio Calatino con i suoi quindici comuni noi abbiamo il Cara di Mineo al centro della Piana. All’indomani dello scandalo di Mafia Capitale molti sindaci, eletti nelle liste del Partito Democratico, hanno ricevuto l’ordine di uscire dal Consorzio dei Comuni che gestisce il Cara. La linea nazionale del Pd che arriva poi in Sicilia attraverso la direzione regionale è quella di “levare mano” a tutta questa situazione, che da quattro anni bene o male li ha visti compartecipi. Così come è stato commissariato il Pd a Roma per qualche problema simile, si procede nel Calatino a prendere le distanze dal business dell’immigrazione. Sui progetti per la buona accoglienza, il volontariato dei migranti ecc., l’esperienza dei quattro anni che abbiamo vissuto a Mineo ci insegna molto, semplicemente perché è stato un punto di osservazione che altri non hanno avuto la fortuna o sfortuna di vedere e di vivere direttamente. Abbiamo già visto il giro di soldi e di persone, tutte le problematiche circa la lunghezza dei tempi d’accoglienza, il ricorso, un anno, un anno e mezzo ecc. Ma abbiamo già visto qualcosa che somiglia alle proposte che ho sentito. Già oltre un anno fa per instaurare queste forme di integrazione e di rapporto col territorio l’amministrazione comunale di Mineo – che è a guida Ncd, miracolata elettoralmente con un sistema che è anch’esso al vaglio della Procura di Caltagirone perché si parla di una “Parentopoli” in cui si vince coi voti perché si distribuiscono posti di lavoro – le proposte ci sono state, nel senso di voler creare un rapporto con “Mineo Due”. Siamo pari come numero di abitanti e allora facciamo lavori socialmente utili. Gli organizzatori delle cooperative sociali dicevano che i richiedenti asilo si sono offerti spontaneamente di pulire i bagni pubblici, il giardino ecc. Non so se fossero davvero volontari spontanei, ma certo tutto questo mal si concilia con il codice che a livello nazionale comprende e regolamenta il concetto di accoglienza e di asilo politico. Ora state facendo la proposta di legge, ma a Mineo già erano andati avanti. Di fatto questo esperimento non ha funzionato e non può funzionare perché la permanenza dei richiedenti asilo nella struttura come il Cara di Mineo che è separata da tutti i contesti è una permanenza coatta, perché non avendo ancora quel pezzo di carta per il quale si fa anche ricorso perdendo altri mesi di vita, si sta là soltanto perché non si può andare altrove. I tempi burocratici ne fanno dei detenuti di fatto, da un lato non c’è nessuna voglia di rimanere a vivere, a lavorare e mettere su famiglia a Mineo, aspirano al Nord Europa. Inoltre da parte della popolazione locale tutto ciò è stato come un’imposizione perché il sindaco precedente di Mineo nel 2011 quando hanno installato il Cara era contrario. Quella era la posizione della comunità locale finché non è arrivato il fattore responsabile del cambiamento delle opinioni. Ecco, onorevole Artini, a cosa sono serviti i soldi pubblici. I cento milioni di euro e più che sono stati spesi dal 2011 a oggi per la voce “Cara di Mineo” hanno avuto e continuano a avere principalmente una funzione. Questa funzione non ha nulla a che vedere né con l’accoglienza e nemmeno con il “business dell’illegalità”, perché l’illegalità in questo caso è stata una formula di redistribuzione. Non dobbiamo pensare che ci sia uno che si è intascato intere valige di soldi. Sono state persone bravissime che hanno capito che se non distribuivano a macchia d’olio un bel po’ di soldi non avrebbero avuto il consenso. Ma che consenso è? È solo una forma di tolleranza, finché gli diamo la mazzetta, all’agricoltore assumendo un parente, al figlio del consigliere assumendo suo cugino ecc., finché non compri tutti e tutto, non avrai mai il consenso. Sul territorio gli effetti reali sono questi, la trasformazione della Sicilia in una regione razzista va valutata al netto delle spese fatte per comprare il consenso. Se no saremmo tutti bravi a orientare un’opinione pubblica nella direzione che ci conviene, se investiamo milioni di euro, compriamo il consenso. Il legislatore parlamentare – deputato o senatore della Repubblica – che verrà eletto o rieletto, ragionando sul medio periodo dovrebbe rendersi conto che se si prova in questi luoghi a togliere il fattore di distorsione che consiste nei soldi spesi per comprarsi le persone, si ritroverebbe inevitabilmente situazioni pari a quelle di altre province d’Italia, come raccontano i fatti di Treviso o l’hinterland di Roma a metà luglio. Cito casi nella enorme provincia italiana dove l’intolleranza a livello di guerra tra poveri è scoppiata in modo eclatante. Poi accade che un Prefetto “vince” contro i cittadini, li manganella per fare entrare i richiedenti asilo nel centro di accoglienza. Un altro Prefetto viene sconfitto e viene sostituito il giorno stesso. Queste realtà del centro e nord Italia sono parimenti possibili e probabili anche qui. Tutti quei soldi hanno tacitato, hanno sedato un’isola nelle sue zone più sensibili per il tema dell’immigrazione.
Quindi invito Artini per le prossime volte in cui verrà in Sicilia a tenere conto di questi fattori, sui quali non mancheranno aggiornamenti, possibilmente anche con i processi in corso e le Procure che fanno politica perché inquisiscono i politici visti i loro comportamenti. Lo invito a monitorare una situazione che è in costante evoluzione. Laddove la questione è stata più concentrata negli ultimi anni il processo è stato più veloce, a macchia di leopardo nella Sicilia e nel resto d’Italia. Dove si presenta il problema dell’impatto e dell’inserimento degli immigrati succedono cose. È bene conoscere queste realtà perché possono servire come esperienza per il prossimo posto dove si intende andare a fare un esperimento per alleviare, attenuare i conflitti e trovare delle soluzioni. Le proposte di Artini mirano a polverizzare e a distribuire su tutto il territorio nazionale gli immigrati, il che va in controtendenza rispetto alla concentrazione dei quattromila ospiti del Cara di Mineo, un modello che anche secondo “Alternativa Libera” va superato al più presto, in primo luogo togliendo la gestione dalle mani degli enti appaltanti che hanno fatto i loro comodi.
Aggiungo un’informazione tecnica: il ministro dell’Interno ha fatto un ricorso alla Corte dei Conti, che gli è stato rifiutato, perché quando è stato costituito il Consorzio dei Comuni questo ha avuto un finanziamento, una cifra per gestire il Consorzio e per implementare l’appalto del Cara. Loro hanno utilizzato parte di questi fondi – cinquanta centesimi a ogni richiedente asilo – per fare altro: feste, sagre, ecc. Ma la Corte dei Conti li ha bloccati e ha imposto ai comuni di restituire quei soldi allo Stato, perché sono usi illegittimi. Quei soldi servono per i migranti, non per le feste. Il ministero dell’Interno ha fatto ricorso contro la Corte dei Conti per difendere la legittimità dell’uso di quei fondi. Ma la Corte dei Conti non ha cambiato idea. Allora se il cattivo esempio viene dagli organi di governo, di quanti magistrati avremmo bisogno di fronte a un potere politico che ribadisce la propria illegalità come stile di vita.

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