Il paese di Mineo vissuto, studiato e ricordato dal prof. Aldo Messina

Interventi di Leone Venticinque alla presentazione del libro “Vincenzo e il fico nano”

Il paese di Mineo vissuto, studiato e ricordato dal prof. Aldo Messina

01Buonasera a tutti, grazie per essere venuti a questo incontro. Ringraziamo innanzitutto chi ci ospita ancora una volta, con le nostre piccole proposte: il ristorante Shalimar, che è la sede attualmente migliore – e probabilmente continuerà ad esserlo – per ospitare le iniziative che vengono fatte con un certo obiettivo e in linea di massima trovano sempre – e questo ci fa molto piacere – chi continua a seguirci. Ricordo come sempre che la Società di Studi Menenini si occupa di conservare una traccia di queste nostre iniziative, perché non solo chi non è potuto essere qui oggi ma in ogni caso anche noi stessi tra qualche tempo potremo riascoltare le parole di chi è voluto intervenire. Crediamo che gli strumenti multimediali ecc. e anche la rete siano fatti anche per questo: per conservare la videoregistrazione, perché al libro che resta come una testimonianza dell’impegno dell’autore si affianca anche questa attività di divulgazione. Fra l’altro, nel caso specifico il prof. Messina è venuto a Mineo e cioè sul luogo del delitto, perché il libro parla di fatti strettissimamente locali e direi con un grado di affezione che i menenini si renderanno conto di quanto sia dedicato a tutti loro. Salutiamo il professore che ci è venuto a trovare, abbiamo al tavolo anche l’amico Nino Cucuzza che ci dirà qualcosa anche lui, è sempre il tramite continuo nella distanza geografica, ci dice “sta arrivando il prof. Messina, preparatevi” e noi ci prepariamo. L’ultima volta eravamo a Caltagirone per un’altra presentazione di un suo libro, andiamo in giro per il Calatino, forse qualche volta ci vedremo a Ramacca se ci vuole ospitare.
04Nel comunicato stampa che ha accompagnato questa iniziativa, senza anticipare nulla sebbene sia difficile parlare di un libro senza toglierne il piacere della lettura a chi ancora non l’ha letto, anche se non è un giallo, ma in ogni caso è giusto preservarlo a tutto tondo perché soprattutto in questo caso è un insieme di tanti aspetti e di tanti modi di guardare a una comunità, alla sua storia antichissima e ai tempi più vicini. Il prof. Messina ha saputo gestire molto bene questa serie di piani che di solito anche nella vita professionale vengono tenuti rigidamente distinti. Il professore ha insegnato all’università, dove ci si aspetta un docente che sia legato all’oggettività della materia. Però egli ha anche condotto personalmente delle ricerche, dalla tesi di laurea in poi, dove chiaramente il vissuto del giovane studioso che va scoprendo una serie di cose nel suo circondario e non solo è più personale. Poi ci sono aspetti ancora più autobiografici, il ritrovamento di alcune lettere di famiglia che il professore ha scelto di condividere con noi. Di cosa parlano? È la Mineo e le sue campagne durante il periodo della guerra. Momenti difficili per tutti, si fa molto forte il senso del vissuto della comunità con la condivisione dei ricordi. È forse una delle parti del libro più emotivamente coinvolgente, e ve ne accorgerete.
Poi c’è ancora un altro aspetto della produzione del prof. Messina, dove si vede una predilezione per il gioco come metafora e simbolo, come modo per dire anche altre cose travestendo dei personaggi, cambiando dei nomi. In questo fa ricordare qualche altro esempio, come i “Racconti di Erice” del dott. Blandini dove il paese in realtà era Mineo, cambiando qualche nome dei suoi contemporanei, un po’ per scherzare e forse anche per evitare qualche dispiacere. Vediamo prendere piede la fantasia, come già avevamo letto in un precedente testo del prof. Messina dove veniva proposto il gioco dell’oca. Qui troviamo altri giochi, ma l’autore credo ci voglia dire che in fondo la stessa realtà si può vedere con gli occhi asettici dello studioso, con gli occhi dello storico che cerca il passato nelle tracce ancora sopravvissute che ha trovato, ma anche la stessa realtà vista attraverso la propria infanzia e i momenti che sono rimasti nella memoria, fino a un presente che è forse proprio quello della fantasia, nutrendosi di tutti gli altri aspetti ma esprimendo un contenuto proprio.
03Abbiamo parlato in generale dei tre momenti, il lavoro dell’archeologo ci dice delle cose nuove. Il paese se lo si studia non smette mai di rivelare dei suoi aspetti. Parliamo di leggende che erano solo un sentito dire, molto vago, presente anche nei nomi di alcuni luoghi che riguardavano un quartiere abitato da ebrei nel medioevo. Su queste vaghe notizie o leggende, in questo libro si troveranno invece non le prime ma alcune consistenti conferme e verifiche sul campo di ciò che è stato una parte importante della storia del medioevo, perché nelle vicende delle lotte riguardanti anche la riconquista cristiana della Spagna ecc., il rapporto tra la Corona e l’Altare si nutre anche di un contrasto a tutte le forme di eresia per un ristabilimento pieno della sovranità della Chiesa e ad andarne di mezzo in tutto il territorio sono queste comunità ebree, che vivevano esercitando alcuni tipi di mestieri. Avevano una loro funzione e invece vengono esiliati o convertiti con la forza. Tutto ciò è passato anche da Mineo e noi abbiamo dei riscontri, che credo in seguito avranno altri aggiornamenti. Ci sono poi nel libro dei riferimenti alla famosa “Cuba” nel cimitero. Che cos’era? Una tomba, una testimonianza del passaggio della dominazione araba a Mineo? Ce ne parlerà il professore. Troverete le illustrazioni, i rilievi ecc. Si parla anche della grotta di S. Agrippina, quali funzioni ha avuto, come mai si trova in un luogo così selvaggio, una abitazione, un fortilizio, un santuario, forse tante cose tutte insieme. Sono solo alcuni degli spunti, come le grotte di Caratabia.
Oggi nell’archivio storico comunale si parlava della cartellonistica culturale che di recente è stata disseminata a pioggia nelle strade sulla Piana, con indicazioni molto rassicuranti e promettenti di luoghi da visitare: qua trovate il castello, qua c’è Mongialino, qua la grotta di S. Agrippina… È una cartellonistica che promette tantissimo, chi si azzarda a credegli si spera che abbia un buon meccanico o un trattore, perché spesso le strade che fanno raggiungere questi luoghi sono ridotte ormai a sterrate fangose e tra l’altro ciò che dispiace di più oltre alla difficoltà delle vie di accesso è che poi, arrivati sul posto, si nota che a parte il cartello non è stato fatto nient’altro negli anni e nei decenni per la salvaguardia dei siti, per evitare la continua corruzione dei ruderi, la devastazione ecc. Quindi non è uno spettacolo bellissimo, ci dice che il tema della cultura quando si parla di turismo culturale di solito lo si fa sotto elezioni, fino al giorno prima del voto e poi basta. Per le spese di bilancio e via di seguito, probabilmente non rendono come altri settori. È un peccato, perché sicuramente tutto quello che stiamo distruggendo non ce lo ritroveremo un domani e potremo dire che qua c’era una cosa che è rimasta solo nei libri. Di fronte a tale spettacolo un po’ triste, a maggior ragione – non che sia sostitutiva ma almeno di compensazione – è l’attività di studio e di documentazione. Perché se Nino Cucuzza trent’anni fa se ne andava in giro per le campagne della Sicilia orientale a fotografare e a pubblicare testi e foto di luoghi che forse già oggi alcuni di questi neanche col georadar si riescono a ritrovare, lui ha salvato l’unica cosa che poteva: non i luoghi, la loro memoria sì, in forma indiretta. Quindi a maggior ragione il lavoro di chi oltre che per piacere personale poi condivide con gli altri questa attività di studio è, in una condizione di desolazione generale, doppiamente prezioso proprio perché non c’è niente di meglio per valorizzare i luoghi. Noi dall’anno scorso quasi ogni domenica andiamo in giro, Cucuzza ci riaccompagna in questi posti, forse affronta anche il dispiacere di vedere cosa è successo nel frattempo e ci racconta quello che sa. Noi con i mezzi nuovi facciamo dei video, cerchiamo di raccontare a altri che la Sicilia ha veramente molte cose e quali sono in dettaglio. Abbiamo presentato un libro di fotografie, dal titolo eloquente Sicilia dimenticata. C’è ancora qualcuno che si sta spendendo in questo senso, speriamo che possa essere utile per tempi futuri.
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02Finora abbiamo raccontato qualcosa, quasi niente rispetto all’immersione nella lettura del libro del prof. Messina. Oggi vediamo generazioni che parlano del passato, delle epoche precedenti e già in una sola biografia si vanno a stratificare cose tanto lontane e diverse. Penso alla vostra generazione, che ha vissuto la dimensione del paese che già di per sé era specifica rispetto allo sviluppo nazionale. In seguito si è stati proiettati in dimensioni totalmente diverse, nel Dopoguerra con la fase di sviluppo dell’Europa e dell’Italia. Il che si amplifica ancora di più quando si pensa alla vita quotidiana, al modo e ai luoghi in cui operavano i genitori e i nonni, i quali erano legati in misura ancora maggiore a una storicità molto lontana da noi ma più longeva, che è durata molto tempo: una persona che viveva a Mineo nei secc. XVII, XVIII o anche XIX non ha visto grandissime differenze. Tutto è successo dopo, tutto è successo pochi anni fa, in pochi anni e secondo me sta succedendo ora. Noi in questa dimensione dovremmo cercare di non farci travolgere dai cambiamenti ma prenderne gli aspetti migliori. Me ne veniva in mente uno, che propongo a voi: in questi giorni ho potuto passare del tempo “fuori dalla realtà” nell’Archivio Storico Comunale, un luogo nel quale non arrivano i rumori del paese, tranne alcune voci dal centro anziani al piano di sotto. Attraverso i documenti che sto leggendo ho visto che il collegamento col mondo esterno, il cercare mentre si viveva a Mineo, soprattutto per le persone che avevano potuto studiare, quanto era importante, quanto sforzo dedicavano a cercare un contatto con la realtà nazionale e non solo. Noi possiamo ricordare Corrado Guzzanti che era in rapporti epistolari con altri scienziati dal suo osservatorio sismico, conserviamo la sua carta intestata che dice “premiato alla fiera campionaria di Firenze”, o Parigi ecc. Erano contatti che riconoscevano e confermavano un impegno che voleva uscire dal ristretto mondo, inevitabilmente confinato e dedito ad attività di sopravvivenza in agricoltura o altro. In un certo senso, voler fare il sismologo a Mineo forse era come aspirare al ruolo di astronauta, essendo il luogo privo delle infrastrutture necessarie. Dunque si cercava sempre questo contatto con l’esterno, il che si può testimoniare anche nella storia di un’altra famiglia che vive in quegli anni, della quale fa parte il Vittorio Blandini della lapide citata nel libro. Era uno dei tre figli del dott. Blandini, i quali per ragioni di studio o di lavoro si trovavano in altre parti d’Italia. Alcune lettere dei figli al padre sono conservate all’Archivio e ci raccontano che da Mineo il dott. Blandini chiede continuamente a loro che stanno a Roma, a Napoli ecc. di mandargli dei giornali, l’uso della posta è continuo, intensissimo: telegrammi, lettere, ecc. perché non c’era altro sistema, in quegli anni anche il telefono era poco diffuso. Quindi forse più di oggi con una difficoltà oggettiva e materiale che tutto ciò significava, stando a Mineo essere comunque collegati al mondo, alla sua cultura, alle attività, alla politica e non solo faceva capire il perché di questi sforzi continui per non esserne esclusi. Tutti questi problemi noi oggi non li abbiamo, e quasi ci sembra una cosa regalata, credo che invece dovremmo partire dalle condizioni che permettono a noi come a qualunque altra parte del mondo di essere nello stesso tempo ovunque per fare uno sforzo nuovo di presa di contatto e di valorizzazione massima di tutto quello che forse le generazioni di chi è partito e si è trasferito altrove hanno visto come un momento di scelta conflittuale. Lo stesso Capuana ha girato l’Italia e non solo, per lavoro, per sviluppare la sua carriera, non perché non voleva stare a Mineo. Sicuramente aveva il piacere di incontrare Verga a Milano, ma non potevano farsi una telefonata e neanche un fine settimana con volo di due ore andata e ritorno. Tutto era più complicato e obbligava alla scelta, all’opzione di stare o nel luogo vicino alle radici, alla cultura d’origine, alla famiglia e al proprio essere, oppure il mondo esterno con tutte le sue proposte e le sue tante opportunità. Tra l’altro noi ricordiamo pure che nel corso del tempo, mentre si incrementava la possibilità di connettersi e di comunicare, abbiamo anche avuto un impoverimento del luogo: tante attività pubbliche presenti a Mineo – il carcere, la pretura, l’ospedale ecc. – sono scomparse, quindi possiamo dire che cent’anni fa Mineo aveva tante cose che non ci sono più, oltre a un numero di abitanti molto maggiore, il che fa la differenza nel rendere il luogo più vivo e partecipato. Quindi in un certo senso noi da storici, studiosi di storia e cultori della materia dobbiamo forse fare un bilancio sulle tendenze di medio e lungo periodo, che ci portano a chiederci cosa possiamo proporre, cosa lasceremo a chi verrà dopo di noi perché la memoria si trasmette se si mantiene anche il legame di vita con il luogo, forse siamo a un punto critico perché lo spopolamento è evidente, così come il non aver tratto benefici dalle opportunità anche economiche e occupazionali di sviluppo che il presente offrirebbe e che altrove si è saputo cogliere, un certo immobilismo o qualche miraggio che è stato ancora più dannoso dell’immobilità faranno sì che forse non sapremo a chi potremo raccontare fra vent’anni la storia di Mineo. Di pompeiani ai quali raccontare la storia di Pompei non ce ne sono, abbiamo i calchi dei corpi ma non sappiamo chi sono i parenti. Quando una società viene annientata purtroppo anche il suo vissuto si perde. Nel libro del prof. Messina come in altri scritti precedenti ricorre un luogo per lui molto importante, una casa in campagna alla quale il pensiero torna continuamente, perché forse si sarebbe voluto cambiare il corso degli eventi, il decadimento e la rovina prodotti dalla lontananza.
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Non vogliamo dire altro su questo libro, ci stiamo girando intorno e vogliamo aggiungere cose perché è anche un’occasione per raccontare quello che stiamo facendo. L’amico Cucuzza produce libri con buona cadenza, ieri ci siamo incontrati tutti in questo Archivio ognuno per cercare carte tra la polvere. La ricerca storica del prof. Messina è una delle possibili e credo che sia un atto di verità e anche di profonda umanità dire “facciamo parlare i documenti”, però c’è anche chi li cerca e li studia che ha il suo movente, la sua pulsione che da anche una maggiore forza di affrontare gli studi. Nel libro si parla di alcune scoperte archeologiche più lontane, ciò che Paolo Orsi fece a Mineo, pagine del suo diario che ci dicono chi ha incontrato, quali reperti ha visto e quali indicazioni di siti archeologici ha trovato. Ci muoviamo tra i miti, come quello di Ducezio, chi era, in che periodo, sappiamo di chi abitava in queste zone prima di lui, i cavalieri delle grotte di Caratabia erano molto più antichi. Una ricerca delle origini, cosa ci dice l’autoanalisi su questa azione? Che anche nel nostro personale biografico cerchiamo degli eventi negli anni giovanili che hanno portato anche per un momento oltre il banale e ripetitivo quotidiano. Sono momenti particolari che si imprimono, come ciò che racconta il prof. Messina a proposito della pulitura dei cocci al piano superiore del Banco di Sicilia con l’amico Pippo Pitari direttore della filiale, nei primi anni ’60. Così passavano i pomeriggi dopo aver trovato i reperti in scavi di fortuna nei cantieri attivi a Mineo che stavano distruggendo i siti archeologici. Ecco un esempio che ci dice che il presente ha sempre fretta e distrugge qualunque cosa che si trovava là da qualche millennio, indisturbata. Stavano lavorando a capire quale era stata la frequentazione della collina di Mineo in tempi antichissimi, prima della colonizzazione greca. Senza il prof. Messina, tutti quei reperti sarebbero stati polverizzati.
Vorrei dire un’ultima cosa sulla vicenda del monumento a Capuana, un caso emblematico perché dal momento in cui se ne cominciò a parlare nel 1915 si arrivò all’ottobre 1939, quando venne effettivamente inaugurato il monumento. È un’opera che andrebbe osservata con attenzione, per quanto tempo ha richiesto la sua realizzazione, che testimonia un caso di grande impegno personale, perché nella media delle persone che il più delle volte sono inclini alla rassegnazione o al disinteresse, qualche eccezione esiste. Si può essere molto fortunati, ma il più delle volte si incontreranno tanti ostacoli nel percorso, come è stato il caso di chi promosse la costruzione di quel monumento. Prima di approfondire la questione ero sempre stato convinto che l’iniziativa era stata – come per la scuola elementare edificata in quegli anni – una delle varie opere che genericamente si dicono realizzate dal fascismo, le “opere del regime”, come le case coloniche nei dintorni, Borgo Lupo, ponti, strade, ecc. È un approccio molto superficiale e molto approssimativo che genericamente dice che tutto quello che è stato fatto dal 1922 al 1943 si deve al “signor fascismo” che era in ogni luogo e anche con grandi risorse economiche per costruire tanto. Lasciando da parte una analisi complessiva, per la quale esistono testi sull’architettura fascista in Sicilia, bisogna dire che per questo caso specifico non è andata così. Noi vediamo il monumento, che non ha nulla da invidiare rispetto a quelli che si trovano in altre città, ma non sappiamo che dietro c’è stata una colletta, una raccolta di fondi capillarmente ricercati, trovati e messi da parte coinvolgendo tutta Italia, finanche al sig. Benito Mussolini, perché poteva essere anche lui interessato alla cosa, ma non certo come promotore o per il lustro del regime. C’era un signore a Mineo, il dott. Giuseppe Blandini, medico oculista, con i figli in giro per l’Italia a far carriera che si mise in testa per amicizia e ammirazione nei confronti di Capuana, anche lui socio del Circolo, di realizzare il monumento. E così iniziò insieme al podestà, agli amici ecc. a impegnarsi in questo lungo lavoro. I problemi furono di carattere burocratico, tecnico, di relazioni con l’artista molto travagliate. Il dott. Blandini scontava una impreparazione sul campo, non era facile trattare con il mondo degli artisti, gestire una cifra considerevole di denaro che era stata messa da parte, riuscire a arrivare al risultato con il lavoro di fusione e tutti gli aspetti tecnici. Ebbe l’amara scoperta che la sua fiducia e l’ammirazione verso gli artisti si era trovata di fronte delle situazioni meno onorevoli di quelle che poteva immaginare. Il denaro aveva “dato alla testa” all’artista e la vicenda ha degli sviluppi che chi vuole potrà approfondire in seguito. Se ne ha un insegnamento per chi oggi si trova a ripercorrere quella faticosissima vicenda, che consumò tante energie di Blandini, i cui figli gli scrivevano di non farsi troppo danneggiare dai problemi del progetto, quei figli stessi che Blandini aveva coinvolto trovandosi uno a Napoli dove era la fonderia, un altro a Roma dove lo scultore aveva lo studio per controllare l’andamento del lavoro. Chi si trova oggi con noi a fare qualcosa per aiutare la cultura è portato a capire e a immedesimarsi anche nelle difficoltà di chi ci ha provato prima di noi. Ecco che il passato che spesso mitizziamo ci si mostra più verosimile, e non è vero che allora c’era più attenzione alla cultura, non siamo nel peggiore dei mondi possibili. Quel monumento non celebra soltanto Luigi Capuana, ma anche la testardaggine e la instancabile volontà di un suo ammiratore per arrivare al risultato. Senza di lui il monumento non esisterebbe, perché nessun fascismo, nessuna autorità, nessun ministero o sindaco avrebbe fatto alcunché in questo senso. Forse avrebbe iniziato, poi vediamo, c’è la campagna elettorale e si finisce così. Ecco cosa possiamo tenere presente e che ci aiuta: in ogni epoca la forza delle cose è nella loro durata, ciò significa che se Nino Cucuzza per completare il suo libro sulla storia di Ramacca ha bisogno non di un mese ma di un anno, non è a tirar via che poi le cose vengono fatte nella maniera migliore. Se poi chiudono anche gli archivi, è quella sfida in più alla pazienza, alla possibilità di trovare vie alternative ma è la misura e il ritratto che questo tempo da di sé stesso, perché abbiamo assessori alla cultura ecc. Abbiamo a Mineo un archivio molto importante e non lo sappiamo, da solo non parla, è una banca dati nella quale si trovano moltissime cose, tra l’altro il ritratto di Ludovico Buglio che è riprodotto nel libro del prof. Messina se qualcuno pensa che se lo sono rubato, che è stato distrutto in un terremoto o da qualche altra parte, non vi preoccupate: non lo potete vedere però è all’archivio, “impurtusato” in un angolo insieme a altre tele. Qualcuno l’ha salvato, l’hanno messo lì per salvarlo durante i lavori di ristrutturazione di tutto l’edificio ex collegio dei gesuiti dove si trova il Comune le orde di muratori avrebbero potuto fare razzia di qualsiasi cosa – e forse altre cose sono sparite, non sappiamo – e qualcuno, come il protagonista del Nome della Rosa ha salvato il salvabile. Anche la lanterna di Porta Adinolfo non se la sono rubata, è anch’essa all’archivio in un sottoscala. Ecco la situazione nella quale ci troviamo.
Voglio concludere dicendo che con questa iniziativa noi abbiamo voluto continuare un percorso che ha visto contribuire anche la Pro Loco per l’organizzazione di questo evento. Tutto sarà conservato per come i mezzi attuali ci permettono, non dico alla sfida del tempo perché non sappiamo se la rete sarà eterna, però quantomeno ci da questa possibilità e iniziative fatte cinque anni fa sono ancora lì. Abbiamo altri appuntamenti ai quali invitarvi, grazie di essere intervenuti.

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