C’erano una volta… i frantoi di Mineo

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Agrippino Todaro, Leone Venticinque

english_version6433_north_218x_transparent-b2Dopo che le olive erano state raccolte, venivano portate al frantoio detto trappitu. Ce ne erano molti più che adesso tra i quali scegliere, sia nelle campagne che su in paese. Il frantoio veniva scelto per diversi motivi: o per pulizia, o per parentela, oppure perché si pensava che rubasse di meno, o ancora perché il frantoio era in un posto nelle vicinanze del luogo di raccolta o della abitazione e c’era meno strada da fare col carico di olive. I frantoi erano locali oscuri, senza aperture e per fare luce si usavano i lumeri, delle lampade quadrate di latta con quattro stoppini agli angoli, alimentati a olio e appesi al soffitto.
Quindi fatta la strada si arrivava al frantoio, con i muli – detti viesti – carichi di bisacce contenenti le olive. Una volta giunti a destinazione, si scioglievano le corde – operazione che veniva chiamata sprisagghiare. Nel frattempo, arrivavano i trappitari che aiutavano a trasportare tutto quanto. Le olive erano scaricate nei camini, che in antico erano dei contenitori in muratura col portellino e servivano per tenere separato il raccolto di ciascun proprietario di olive. Nei tempi più vicini a noi, le olive sono state messe nelle casse o casciola.
Al momento della macinatina, si prendevano le olive che erano state depositate e si portavano dove era collocata la mola. In antico, c’era una sola pietra lavica o di granito rotonda, che veniva fatta girare con la forza di un mulo bendato. Così la ruota della mola girava, schiacciando le olive con tutti i noccioli. C’era vicino un operaio che si chiamava mastru di pala, cioè lui era abbastanza bravo a spingere le olive sotto la mola, mentre quella era in movimento.
Dopo aver macinate le olive, la pasta ottenuta veniva messa nelle coffe, delle borse di corda a forma circolare. Allora interveniva il mastru di cuonzu, che era esperto a riempire le coffe e a sistemarle in una barella una volta piene. Così venivano trasportavate da un punto all’altro del frantoio fino alla pressa senza far scivolare via la pasta. Poi le coffe erano sistemate una sopra l’altra, a formare una pila nella pressa fatta di legno. A quel punto, in tanti operai si davano voce e spingevano tutti insieme al segnale. A forza di braccia, la pressa stringeva. Dalle coffe colava tutto il liquido, che era l’acqua delle olive mischiata con l’olio. C’erano dei frantoi che li stringevano due volte e si diceva che li passavano a mamma e a figghia, cioè l’olio migliore di prima spremitura e dopo il secondo, meno pregiato. Di là colava tutto in un contenitore e, dopo un po’ di tempo, l’olio che era salito a galla veniva raccolto. L’operatore doveva essere attento a non prendere pure dell’acqua, insieme all’olio. Il frutto di tanto lavoro e fatiche veniva messo nella quartara di zinco, ma prima veniva misurato col mienzu cafisu (10 litri circa), che in antico era l’unità di misura per l’olio.
Alla fine, prima di andare via con il suo olio, il proprietario delle olive doveva ricompensare il lavoro del frantoio. Era un pagamento in natura, con una parte del prodotto: un quarto per ogni salma di olive. La salma era una unità di misura del volume e ogni salma equivaleva a 32 tumuli. Così veniva pagato il prezzo della macinatina. In aggiunta a quello, il proprietario dava pure il dovuto ai trappitari cioè agli operai. A loro spettava per tradizione un boccale di olio – u sanfucale – e qualcuno per generosità ne lasciava anche due o tre, e dopo poteva andare via.
Nel frantoio succedevano tante cose, che ancora qualcuno ricorda. Chi ci lavorava faceva molta fatica e doveva mangiare bene. Allora il mastro di pala o il mastro di cuonzu diceva al proprietario delle olive di portare un grande piatto – u’ fanguottu – di pasta o di lasagne. Il condimento era fatto coi broccoli, formaggio grattato e peperoncino. Succedeva però che tra degli operai, c’era chi incitava a mettere più peperoncino, ‘na manciata supecchiu. C’erano altri ai quali il piccante piaceva poco e perciò si faceva in modo che a quelli che non gli piaceva ne mangiavano di meno, mentre agli altri ne rimaneva di più, da mangiare.
Nei giorni di più intensa attività del frantoio, quasi non c’erano pause perché il lavoro era lento e in tanti aspettavano il turno di portare le olive da macinare. Così capitava che qualche operaio molto stanco si addormentava in qualche posto dentro al frantoio, sopra i sacchi delle olive o sopra al mucchio del nuozzolo, cioè il nocciolino spremuto e messo da parte. Non mancava chi intanto aveva sempre voglia di scherzare e simulava una bella scenetta, per divertimento di tutti. Si prendevano i lumini a olio e si accendevano intorno al tizio, che ignaro dormiva della grossa. In quella oscurità del frantoio, pareva la scena di un morto. Poi si mandavano a chiamare i parenti, come se fosse morto per davvero. Tra le grida di disperazione dei suoi cari, “il morto” si svegliava. Quelli non credevano ai loro occhi, intanto “il morto” rimaneva stordito e sorpreso, prima di capire cosa gli stava capitando. Con tutti sti lumini intorno e i parenti a piangere, poteva essere mai che così all’improvviso senza accorgersi, era andato già nell’altro mondo e si stava guardando il proprio funerale?

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