Mineo e Villa Santa Margherita, nei Bozzetti siciliani di Luigi Capuana

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Uno scritto giovanile dimenticato, riemerge dagli archivi de “La Nazione”

Il 24 e 25 aprile 1867, sul quotidiano “La Nazione” di Firenze vengono pubblicati due articoli a firma di Luigi Capuana. In effetti si tratta di un unico testo, dal titolo Bozzetti siciliani. Per ragioni di spazio, era stato suddiviso in due puntate.
Capuana non ha ancora compiuto 28 anni. Dopo la formazione letteraria classica e un tentativo poco convinto nella giurisprudenza, già da tempo risiede a Firenze che è la Capitale provvisoria del Regno d’Italia. È il luogo più adatto per cercare la propria strada nel mondo della cultura. Inizia nel giornalismo, come critico teatrale e pubblica sul più importante quotidiano fiorentino un gran numero di recensioni.
L’attività di narratore che diventerà la vera carriera per Capuana si comincia a esprimere nel racconto “sperimentale” Il dottor Cymbalus, da alcuni considerato precoce esempio della moderna fantascienza. Rispetto alla produzione capuaniana di quel periodo, i Bozzetti siciliani sono un intermezzo, una pausa. Nei Bozzetti, Capuana ritorna con la memoria ai luoghi d’origine e propone ai lettori delle classi più progredite della nuova nazione italiana una descrizione precisa dei luoghi ove ha trascorso l’infanzia, con tutti i nomi caratteristici e i momenti vissuti in un contesto agricolo del Meridione ancora intatto, non sfiorato dalla modernità industriale.
I Bozzetti siciliani confermano quanto già era emerso dagli studi critici contemporanei su aspetti fondamentali dell’opera di Capuana. Il suo verismo non è una filiazione di correnti letterarie della Francia, come il naturalismo, alle quali si accosterà molto più tardi. Il verismo di Capuana ha una radice ben diversa e originale: si richiama all’esperienza biografica dello scrittore, nato nel borgo agricolo di Mineo. A tale fonte conoscitiva diretta, si erano aggiunti negli anni di collegio a Bronte gli studi etnoantropologici. Era un settore scientifico nuovo, che il Capuana aveva potuto avvicinare attraverso la persona e l’opera di Lionardo Vigo. Nel testo si vede chiaramente lo sguardo dello studioso, che richiama le credenze contadine, testimonianze superstiti del mondo soprannaturale dalle radici antichissime rimasto conservato in riti, proverbi e modi di dire. È all’interno di quel mondo che il futuro grande fotografo si aggira da osservatore, con il suo preciso strumento letterario capace di descrivere le immagini e poi riprodurle vivide nella mente del lettore. Un’atmosfera da Mille e una Notte si diffonde dai Bozzetti siciliani; fiabe e leggende connesse ai luoghi, che da tempo non siamo più in grado di cogliere con la forza evocativa delle tradizionali credenze trasmesse oralmente per generazioni e poi estintesi all’incontro distruttivo con la modernità.
Degli edifici siti in Contrada Santa Margherita, abbiamo notizie e testimonianze risalenti all’ultima fase di attività dei luoghi. Fino alla metà del ’900, ha funzionato l’annesso frantoio/palmento. Oggi vediamo il pietoso stato in cui versano le case così come le campagne, distrutte dal pascolo e dai tanti incendi. Capuana descriveva rigogliosissime colture, frutteti e antichi boschi. Attraverso i Bozzetti siciliani che qui proponiamo in una trascrizione integrale dall’originale a stampa, possiamo ricavare una immagine dettagliata della fase più felice dei luoghi a circa centocinquant’anni da oggi, quando la vita scorreva forte tra le mura e le voci vi risuonavano all’interno così come di fuori, nell’aia. Là, dove non è rimasto più nessuno e da solo si ascolta, il rumore del vento. Guardiamoci intorno con gli occhi del Capuana; proviamoci di apprezzare come lui sapeva questo tesoro di natura e storia, sul quale profondamente abbrutiti sappiamo solo scaricare da decenni le nostre immondizie specchio dell’anima. La parola a Luigi Capuana.

***

La valle di Santa Margherita.
Vi ha certi luoghi che possiedono una bellezza loro affatto particolare, di cui però soltanto il basso popolo conserva la chiave.
La stupenda ricchezza del paesaggio che forma l’ammirazione dei viaggiatori nasconde per esso un fascino meraviglioso, l’origine del quale si perde sovente nella più remota antichità.
Mille generazioni si son susurrate nell’orecchio il motto arcano che imprime a cotesti luoghi un carattere direi quasi sacro e venerando. Mille generazioni hanno lavorato colla fantasia a tessere intorno a quel motto una tela vastissima di poetiche leggende delle quali man mano si van perdendo la fonte, le relazioni, e spesso il significato.
Per chi ignora cotesta chiave d’un mondo ideale che si compenetra e si confonde colla realtà nulla fa differire tai luoghi privilegiati dagli altri che esteriormente li rassomigliano; giacché il cielo, i monti, le vallate, le grotte, le foreste, le rocce, i laghi, i torrenti gli ripetono all’occhio ed alla memoria le solite sensazioni con quell’immensa varietà che è profusa dalla natura.
Tali sensazioni però riferisconsi all’esteriore del paesaggio, ch’è quanto dire all’armonia delle linee, alla vastità degli orizzonti, allo splendido contrasto dei colori, alla bizzarra combinazione di tutte quelle accidentalità cui sogliamo dare l’epiteto di pittoresche.
Havvi all’incontro pel basso popolo un altro genere di sensazioni prodotte anch’esse dalle magnifiche sembianze della natura; sicché mentre, deliziando l’occhio su queste, tu niente vi scorgi all’infuori d’una bellezza che l’arte raggiunge di rado, egli le anima di esseri misteriosi, le circonda di prodigi, le arricchisce d’incantesimi e vi profonde delizie e paure con inesauribile prodigalità.
Con simil lavorio dell’immaginazione quei luoghi si trasformano, per così dire, anche all’occhio materiale in modo appena credibile. I più volgari fenomeni fisici vi pigliano aspetto di arcane rivelazioni provenienti dagli esseri supernaturali che ivi governano; i casi più ovvii della vita vi si annodano meravigliosamente a cagioni superiori delle quali guai a trascurare di tener conto; e l’esistenza vi diventa una strana confusione coll’invisibile, senza che coloro che la menano ne siano né punto dolenti né punto sorpresi.
La valle di Santa Margherita, presso Mineo, in Sicilia, è una di siffatte località; e i contadini che l’abitano appartengono a cotesta classe di gente per cui il reale e il supernaturale hanno relazioni più intime e più continue di quel che altri non crede.
Essa è formata da un ristretto anfiteatro di colline poco disuguali, vestite tutte d’uliveti e di vigneti, il quale verso la base si copre di campi coltivati a grano, lino, fave, sommacco, e finisce ai lati, da destra, nel Monte [Monte Catalfaro, N.d.R.] che è un ammasso di materie vulcaniche dei tempi primitivi; e da sinistra, in un morbido ondoleggiare di terreno che più in là si china rapidamente verso l’amenissimo sito di Balateddi.
Dove cotesto anfiteatro accenna a volersi distendere in pianura un improvviso sprofondarsi del terreno apre una valletta in seno alla valle, ma d’aspetto affatto diverso e di bellezza assai differente; giacché ai piedi del Monte scoscendesi in perpendicolo per più di sessanta metri il fianco nudo e scabroso d’una roccia, mentre il lato opposto s’abbassa ripido sì ma molto praticabile. Le acque d’un ruscello vi precipitano rumoreggiando in una gola strettissima, chiamata Caldaia per quell’analogia che i contadini si compiacciono di notar sempre fra cosa e cosa; indi solcano il fondo, irrigando un giardino d’aranci e lilmoni e facendovi crescere olmi, ulivi, melagrani e simili piante.
I padroni del luogo hanno fabbricato la loro Casina (villa) proprio a cavaliere della parte perpendicolare. Parecchi terrazzini d’essa s’affacciano alteramente sull’abisso, e le cantine, colla scala per cui vi si scende, sono scavate nel vivo masso.
Il Monte (che secondo alcuni archeologi corrisponde all’Erice interna della sicilia greco-sicula) [1] è rivestito di vigneti, di numerosissime piante di fichi d’India, ed ha sparsi i fianchi di modeste casipole, e di pagliai che i contadini costruiscono da loro stessi quando non hanno tanto da levar su quattro mura.
I pagliai sono nascosti o tra gli ulivi, che ivi spiegano una vegetazione rigogliosa, o dietro qualche enorme masso staccatosi da tempo immemorabile dall’alto del Monte.
Più in su d’essi trovasi un piccolo canneto che ombreggia una fontana d’acqua freschissima e limpidissima; e più in su ancora, a mezza costa, un altro di cotesti massi il quale, nel cadere, fu da un rialzo di terreno trattenuto in modo da lasciar sotto di sé un adito che spesso serve d’asilo ad una famiglia di contadini.
Non è raro nelle belle giornate d’autunno vedere sulla cima d’esso due o tre graziose villanelle, che canterellando filano il lino, calare giù i fusi dall’altezza di un quindici metri, intanto che i loro parenti dormono sotto la volta formata dal macigno, la quale è tanto bassa che un uomo, stando a sedere, la tocca col capo.
A guardarlo da breve distanza, sembra che il macigno debba al menomo urto ruzzolare per la china; ma esso sta lì chi sa da quanto tempo, e i forti e frequenti terremoti non hanno potuto fargli perdere il meraviglioso equilibrio.
Salendo ancora e traversando sempre le fitte piante di fichi d’India, si arriva quasi alla cima del Monte, la quale è circondata da grotte antichissime, ivi scavate dalla mano dell’uomo forse prima che le nomadi popolazioni sicule fondassero le loro famose città. Alcune d’esse sono state ridotte abitabili anch’oggi coll’adattarvi d’un uscio; ma quella che ha nome di Grotta dalle sette porte rimane aperta tutt’ora, e non è mai visitata senza un religioso tremore.
La credono incantata. [2]
La cima del Monte gode di una magnifica veduta. A destra, un pittoresco addoparsi di colline che scendono a perdersi nella pianura, la quale poi va a confondersi colla Pianura di Catania solcata dal Simeto, e insieme ad essa arriva ai piedi dell’Etna circondato sempre di vapori cerulei e sparso di paesetti e di città. Dirimpetto, la Pianura di Mineo col lago di Naftia, ov’era l’antico santuario degli Dei Palici, [3] e un largo stendersi di coste che terminano all’orizzonte colla catena delle Madonie e coi cocuzzoli accuminati su cui siedono Castrogiovanni e Calascibetta. A sinistra, Mineo che si affaccia dal colle con le sue cupole, coi suoi campanili, colle sue ruine; e poi, in fondo, Caltagirone, Aidoner, e tutto un succedersi di pianure e di colline brillanti di verde e sparse dei mille colori della vegetazione meridionale.
La valle di Santa Margherita, come il lettore ha potuto scorgere se la mia descrizione non è stata insufficiente, può dirsi dunque uno di qui paesaggi che paiono formati dall’ardente immaginazione del pittore e del poeta. Tutto vi è raccolto in breve spazio di terreno, e le più varie e discordanti bellezze della natura si uniscono alle fantastiche creazioni per raddoppiarne il prestigio.
È nel settembre e nell’ottobre ch’essa piglia un aspetto più delizioso e più vivo; giacché in quei mesi la Casina, le casipole, i pagliai si popolano di gente desiderosa di godere tutte le dolcezze della campagna e della stagione d’autunno. Allora la vallata suona continuamente dei rispetti delle contadinelle a cui rispondono spesso gli uomini che lavorano i terreni per le colline di Pian del Galluzzo, per le coste del Monte, e pei cigli ove finisce il Pian di Daguara. Sulle spianate che trovansi attorno i pagliai s’improvvisano balli al suono di qualche zufolo accompagnato dal cembalo che le donne siciliane toccano maestrevomente o si cantano canzonette a coro, o s’improvvisano rispetti d’amore che subito vengono impressi nella memoria di tutti, e si diffondono e si tramandano meglio che se fossero affidati alla stampa.
Quando vien l’ora di una di coteste ricreazioni quella buona gente vi si abbandona con vero trasporto, con intera e schietta allegria.
Una gran conchiglia forata suona il segnale dell’invito ai vicini: ed ecco subito da ogni parte un accorrere chi scendendo dai colli, chi salendo dal piano, chi spuntando da sentieretti nascosti fra le macchie, e chi sbucando dai pagliai circostanti. È un chiamarsi, un darsi la voce, un istigarsi a far presto. Appena incominciato il ballo, spesso arriva improvvisamente una brigata dei signori villeggianti della Casina, i quali vengono a mescolarsi anch’essi a quella gaiezza tutta villereccia. Le ragazze allora fanno a nascondersi l’una dietro all’altra, a tirarsi da parte col viso infuocato di quella rozza verecondia che pure ha la sua grazia e la sua gentilezza. Però la nuova comitiva è composta in gran parte di giovinotti, i quali sono accorsi al passo di bersaglieri, e sono giunti lassù ansimanti e trafelati per darsi un po’ di moto con esse, che, in fin dei conti, n’hanno più voglia di loro. Questi dunque in un attimo le snidano, le trascinano in mezzo dolcemente pel braccio, e il ballo allora ricomincia più animato e più clamoroso, essendo anche venuta dalla Casina una nuova orchestra, cioè un flauto, due violini ed un contrabbasso che per quaei balletti paesani valgono tant’oro. In tal modo la festa si protrae fino a sera, e non oserei affermare che in tutta quella gazzarra amore non tessa lacci e non prepari nodi che poi si sciolgono in altri tempi e in altri luoghi. Verso le ventiquattro la vallata rientra nel suo silenzio ordinario.
Due ore dopo, tu, situato su d’un’altrura, potresti contare i passi di chi va e di chi viene e notare distintamente ogni menomo rumore.
È quello il momento in cui la fantasia dei contadini vede popolarsi la scena di esseri arcani, potentissimi, capaci egualmente di operare il bene ed il male secondo il loro capriccio. E verso quelle ore infatti la valle piglia una sembianza misteriosa di cui non si ha punto sospetto durante la giornata. Un venticello, per la disposizione delle colline, agita perpetuamente le frondi degli alberi. Le acque del ruscello che saltano in piccole e frequenti cascatelle mandano un mormorio concitato che sembra assai strano. Gridi d’uccelli e di animali notturni; abbaiare di cani in lontananza; urli dei quali è difficile in quel momento capire la provenienza; qualche tintinnio di sonagli attaccati al collo delle vacche che riposano nei loro giacigli; qualche tonfo di sassi che si staccano dalla roccia e svegliano gli uccelli appollaiati nei buchi o tra le macchie del fondo; qualche figura d’amante o di ladro che passa lestamente fra i tronchi, che si rivede ad intervalli, ora qua ora là, e al lume di luna sembra passeggiare sulla cima degli alberi, mentre forse traversa pei viottoli che solcano la costa celata dalle frasche; masse in fine d’ombre e di luce gettate con larghezza imponente e solenne; ed ecco il meno di ciò che rende il luogo così fantasticamente poetico. Il più è la tradizione, sono le strane leggende, le allucinazioni, la superstizione.
Visitando la valle di Santa Margherita tu sentiresti narrarti dai contadini tutte le storielle d’incantesimi e di spiriti che la rendono famosa.
Durante la notte i Mercanti errano per le coste del Monte, ed ora si divertono a chiamare per nome chi traversa quelle vie deserte e silenziose; ora ad arrestarlo nel cammino, ed anche a farlo tornare addietro, rizzando improvvisamente una muraglia insormontabile; ora ad offrigli i tesori che sono sepolti dentro la Grotta dalle sette porte. I Mercanti indossano sopra il vestito un largo mantello; portano in testa un berretto in forma di turbante: ogni cosa di color rosso. Ordinariamente si appoggiano ad un lungo bastone, come usano i mediatori delle fiere siciliane, e recano alla cintura un gran mazzo di chiavi che indica più apertamente il loro ufficio di tesorieri.
Sterminate ricchezze diconsi incantate colassù da tempi antichissimi; ma se durante un certo numero di secoli le malìe che le legano non vengono rotte, esse son perdute irremediabilmente per sempre.
Certe volte, sia capriccio di cotesti esseri supernaturali, sia legge fatale che regola l’impero misterioso degli spiriti, i tesori vengono offerti a qualcuno; ma questi ordinariamente non sa approfittarsi dell’occasione.
Una notte i Mercanti picchiarono all’uscio di una casipola al Vaddunazzu.
Colui che v’era dentro e che dormiva non ebbe tempo di levarsi, e si vide davanti tre uomini a lui sconosciuti, i quali evidentemente erano entrati a traverso le mura.
– Beppe, disse uno di loro chiamandolo per nome, noi ti conosciamo per coraggioso a tutta prova: vuoi tu venire con noi?
Beppe senz’esitazione rispose di sì, e in un baleno si trovò trasportato dentro la Grotta dalle Sette Porte. Il Vaddunazzu si trova a sei miglia di là.
– Dove siamo? gli chiese il solito personaggio.
– Sul Monte, rispose il contadino.
– Sta bene, replicò l’altro. Domani, nello spargere il concime sulla terra, tu troverai una pietruzza di verderame. Raccoglila e serbala.
Dopo questo breve dialogo Beppe si vide in un batter d’occhio trasportato un’altra volta nella sua casipola.
Postosi di buon mattino a concimare il terreno, egli trovò la pietruzza di verderame, la raccolse, la serbò, ed aspettò la notte. All’ora solita, i Mercanti non si fecero attendere. Beppe, nel modo stesso della notte precedente, venne trasportato dentro la Grotta dalle Sette Porte, e fu interrogato dal medesimo personaggio.
– Ove siamo?
– Sul Monte.
– Hai tu trovata la pietruzza di verderame?
– Eccola.
– Fa’ con essa un segno nel muro in questa direzione, e gl’indicò la verticale.
Beppe eseguì.
– Domani troverai una chiave, raccoglila e serbala.
E dopo ciò, Beppe si vide in un batter d’occhio trasportato nuovamente nella sua casipola.
L’indomani trovò la chiave, la serbò, e la notte appresso fu ricondotto dentro la Grotta dalle Sette Porte.
– Ove siamo?
– Sul Monte.
– La notte passata che facesti sul muro?
– Un segno colla pietruzza di verderame.
– Hai tu trovata la chiave?
– Eccola.
– Apri dunque.
Beppe appoggiò la chiave nel punto preciso ove era stato segnato. Il muro spalancossi in un baleno non altrimenti che un uscio.
L’incantesimo era vinto!
L’entrarvi però non era punto facile. Dall’interno della Grotta veniva un tal rumore d’inferno da intimidire i più animosi. Ma il contadino seppe dar prova anche questa volta di coraggio straordinario, e s’introdusse senza mostrar timore.
All’uscio della prima stanza stavano quattro magnani che con martelli d’oro battevano verghe d’oro sopra incudini d’oro. Essi tentarono d’impaurirlo; ma quegli passò arditamente nella seconda, ove trovossi al cospetto di molti guerrieri tutti coperti di armature brillantissime che (anche questi senza frutto) lo minacciarono d’ammazzarlo se non fosse tornato addietro. Colla medesima audacia beppe s’inoltrò in diverse altre stanze, trovando e vincendo sempre nuovi e più gravi soggetti di terrore, né si arrestò finché non si vide entrato nella gran sala del Re del tesoro.
Il Re sedeva su d’un altissimo trono d’oro massiccio, coperto di vesti tessute e ricamate meravigliosamente in oro. Aveva ai piedi una grandissima scrova dello stesso metallo, distesa in atto di allattare un numero straordinario di porcellini, ed era chiamato Trojano per cotesta scrofa che egli aveva fatto fondere colle ricchezze conquistate nella guerra delle sette Mene.[4]
– Perché tu sei qui venuto? chiese a Beppe il Re come se lo vide al cospetto.
– Sono stati i Mercanti che mi han qui trasportato.
– Va, e ritorna per dirmi che cosa si vuole.
– Beppe uscì fuori, si consultò coi Mercanti, e tornò presto al cospetto del Re.
– Ebbene, che pretendi?
– Il tesoro incantato.
– Te ne do la metà.
– O tutto o nulla, rispose Beppe imbaldanzito dal successo: ma allora il Re lo fece scacciare dalla sua presenza.
I Mercanti, appena lo videro comparire senza nulla, appena udirono quanto gli era accaduto, si misero a scongiurarlo perché si contentasse della metà che era sempre una ricchezza incalcolabile; ed insistettero tanto più in quanto era quella la notte fatale oltre cui potenza umana non avrebbe potuto vincere l’incantesimo.
Fu impossibile persuaderlo!
Trascorsa l’ora propizia, i Mercanti lo trasportarono per l’ultima volta alla sua casipola del Vaddunazzu, e lì, in pena della caparbietà dimostrata, lo strangolarono. [5]
Se queste occasioni sono rare, non ne mancano però delle altre egualmente favorevoli per chi potesse valersi della buona ventura.
Ogni sette anni, nella notte d’uno dei venerdì di marzo, tutta l’estensione del Monte si trasforma mirabilmente in una grandissima fiera. Gli spiriti alzano le loro ricche tende, e mettono in vendita quanto di più prezioso può immaginare la mente dell’uomo. Una folla immensa d’esseri strani, di bellissime donne, di fate leggiere si aggira pei dintorni, rendendo gaia ed animatissima la festa, che è tutta un mescolarsi d’aspetti e di fogge meravigliose, un miracolo di esposizione possibile soltanto alle potenze supernaturali.
Felice colui che durante quella notte traversa pel luogo! Pochi soldi sarebbero sufficienti a procurargli un’immensa fortuna.
Un giovane garzone di un pecoraio, tornando una notte dal mulino di Franchino, trovossi inaspettatamente nel bel mezzo di cotesta fiera; e non è a dirsi se ne rimanesse sbalordito, ignorando tutte le misteriose leggende che il lettore in parte conosce. Cercatosi nelle tasche per comprare anch’egli qualcosa, come faceva tutta la gente raccolta colà, non vi trovò che due grani soltanto. [6] Adocchiò allora, tra le frutta d’ogni specie messe in mostra in ceste d’oro, alcune magnifiche arance di grossezza straordinaria, e per quei due grani n’ebbe sette. Arrivato alla mandria, sbalordito di quanto aveva visto, narrò tutto al suo padrone. Il pecoraio, capito a volo di che si trattava, mostrò desiderio di comperarne la metà, e l’altro, non sospettando di nulla, regalogliele tutte. Quelle arance, il lettore l’ha già indovinato, erano sette gran palle d’oro purissimo! [7]
Pochi sono i contadini o le contadine della valle di Santa Margherita che non credano aver veduto, per lo meno una sola volta in vita loro, le misteriose figure dei Mercanti.
Questi trovossi faccia a faccia con essi tornando a sera avanzata dall’abbeveratoio. Si segnò, ed essi sparirono lasciando sul terreno un luccicore di fosforo.
Quell’altro li ha visti per aria trasportati dal vento. Si erano spiccati dall’alto del Monte, e, giunti al basso, erano risaliti in fretta confondendosi poi colla nebbia.
Un terzo n’ha incontrato uno che aveva smarrito la strada, perché uscendo dalla Grotta, all’andata ed al ritorno, essi devono seguire la medesima via. In compenso d’avergliela insegnata ricevette una pesantissima moneta d’oro; ma all’indomani trovolla scambiata in un guscio di chiocciola.
Un quarto li pedinò per lungo tratto di cammino, colla speranza di scoprire qualche luogo ove fosse nascosto un tesoro; ma non poté capire nullla dei loro discorsi, sia perché parlavano ebraico, sia perché arrivati a mezza costa sparirono improvvisamente dentro il tronco di un albero.
Quella contadina, andando di notte alla fonte, sentì fra il canneto uno stropicciare di foglie. Si volse per tornare addietro, ma trovossi al fianco un giovane alto e bello, vestito col solito costume dei Mercanti, il quale rassicuratala e presala per mano, la condusse alla sorgente. L’acqua luccicava come se fosse stata piena di brillanti di tutti i colori. Il Mercante riempì l’orcio egli stesso, glielo adattò sul fianco, e accarezzatole il mento, la licenziò. L’orcio pesava in modo straordinario. Fatti appena pochi passi, la contadina videsi costretta a deporlo per terra. Ma nel riprenderlo trovò che era vuoto ed asciutto come se da un anno non avesse contenuto gocciola d’acqua.
Un’altra li ha veduti passare e ripassare a traverso le frondi che formavano le mura del suo pagliaio; passare e ripassare senza farvi il più lieve rumore. Cercavano di condurla via con loro, promettendole in compenso grandissime ricchezze. Non volle acconsentire, e i Mercanti, stizziti, al pizzicottarono tutta.
Ma non sempre queste innocenti fantasie, questo continuo formicolare di apparizioni che animano di una vita affatto a parte la poetica vallata rimangono allo stato di semplici leggende! La commedia umana viene talora a mescolarsi fraudolentemente con esse, e tenta di corromperne la pura essenza, facendole servire a bassissimo scopo. Però quel mondo gentile di leggiere e, direi quasi, impalpabili creazioni ha così saldo legame con quelle organizzazioni possenti, in cui sopravvive ancora lo stampo della antica natura greco-sicula, che in onta di tutto ciò è sempre prospero e durevole per vigorosa giovinezza. [8] E chi sa quali perdute ricordanze della storia, o quali misteriose armonie della natura non si celano ai nostri occhi sotto il velame di così svariate leggende!

1 – Nei dintorni sono stati trovati molti vasi greci, fra i quali uno di rara bellezza e di meravigliosa conservazione su cui era dipinto il supplizio di Sisifo, e che ora trovasi nel museo di non so qual lord inglese. Parecchi anni addietro le ricerche di cose antiche furono condotte con qualche abilità da due contadini che ne facevano commercio. A questo proposito ecco un aneddoto. Essi avevano scoperto un amatore che comperava qualunque cosa gli portassero, e che pagava profumatamente. Una volta però gli scavi non diedero nulla, eccettuati alcuni lagrimatorii di pochissimo pregio. Allora i due contadini si misero a modellare con segretezza alcuni idoletti sulla foggia di quelli trovati anteriormente; li seppellirono sotto terra; ve li lasciarono per qualche mese, e poi cavatili fuori, andarono a presentarsi con essi al loro antiquario. Sia che l’imitazione fosse fatta con straordinaria abilità (come è poco probabile); sia che il povero uomo ne sapesse pochino assai (come è probabilissimo), gli idoletti furono accettati e pagati bene. Non ci volle altro! E per parecchi mesi fu una pioggia di contraffazioni che loro fruttò discretamente. Un giorno però l’antiquario dichiarò di non voler più ricevere le medesime cose (la contraffazione essendo stata circoscritta a qualche Giove, a qualche Minerva, a qualche Musa). I due contadini non si perderono d’animo; e dopo alquanti mesi ritornarono da lui annunziando una scoperta di idoletti in positure non mai vedute. Ma quale non fu la stizza dell’antiquario quando rivide le solite figurine che per tutta novità tenevano democraticamente la pipa in bocca!
Fu li li per ammazzarci! mi diceva un giorno uno degli autori della mistificazione sorridendo maliziosamente.
2 – Io potei visitarla nel 1856. Era composta di due stanze quadrate, scavate nel vivo masso, una dietro l’altra, la seconda delle quali al presente è crollata. Non aveva che due porte: infatti le altre cinque si credono invisibili. La seguente storiella mi fu narrata sul luogo da un contadino che se n’affermava testimonio oculare. Un giorno, egli disse, arrivò qui un uomo che aveva tutta l’aria di un gran signore. Noi eravamo sul punto di desinare. Lo invitammo ed egli accettò. Dopo desinare volle riposarsi. Durante il suo sonno, io e i miei compagni interrogammo il vetturino; ma questi non seppe dirci altro che, arrivato in Centorbi, aveva voluto esser condotto direttamente quassù. Dopo un’ora quel signore destossi, e domandò chi di noi sapeva leggere il latino. Per caso c’erano due. Allora cavò fuori tre libri. Due li diede a loro, uno lo tenne per sé. Collocò il primo con la faccia rivolta a levante, l’altro colla faccia rivolta a ponente, ed egli si voltò verso il mezzogiorno. Leggevano le medesime parole, e tutti e tre insieme: Salite sul Monte; troverete una grotta. Salimmo. Trovammo la grotta. Egli la esaminò e disse: quest’incantesimo è chiuso! Tornarono a leggere: Salite più in su: troverete un piano; più giù, un lago; più giù ancora, una grotta. Scavate: l’oro è lì. Salimmo proprio sulla cima del Monte: scendemmo dall’altra parte… Ecco un largo pozzo: era il lago! Scendemmo più giù: ecco la grotta, ma piena di terra. Bisognava vuotarla. L’indomani fummo all’opera di buon mattino. S’era già arrivati ad una gran profondità, quando quelli che scavavano cominciarono ad urlare: tirate su! Ci sentiamo soffocare! Fu forza smettere. Ho dimenticato il quarto volume! esclamò allora quel signore picchiandosi sulla fronte. Dopo questo contrattempo egli si trattenne ancora altri tre giorni fra noi, ed andò via promettendo di tornar subito. Ma non si è visto più! E il contadino dide un sospiro.
3 – Pinguis ubi et placabilis ara Palici. Virg., Eneide, lib. IX, v. 585.
4 – L’odierno Mineo corrisponde al MENAINΩN, o MHNANINΩN, greco, al Menae latino, chiamato così al plurale perché le Menae diconsi composte da Mena, Trinacia, Erice, Palica città sicule che ebbero guerre coi Siracusani e cogli Agrigentini, e furono rette per qualche tempo da Ducezio Re dei Sicoli. La tradizione popolare fa arrivare coteste città al numero di sette. Nella leggenda v’è un confuso ricordo della storia, e il resto d’altre tradizioni poetiche che non è difficile indovinare.
Litoreis ingens inventa sub ilicibus sus,
Triginta capitum fetus enixa, iacebit,
alba solo recubans, albi circum ubera nati.
[Quando piú stanco e travagliato a riva / sarai d’un fiume, sotto un’elce accolta /sarà candida troia, ed arà trenta candidi figli a le sue poppe intorno],Virg., Eneide, lib. III, v. 390-392.
5 – Questa leggenda ì d’origine araba? C’è da sospettarlo.
6 – Quattro centesimi.
7 – Si noti l’uso costante del numero sette: sette porte, sette Mene (Mene in plurale al modo latino), sette anni, sette arance: è il famoso sette degli aristotelici.
8 – Un contadino a cui recentemente facevo domandare notizie sulla Grotta dalle sette Porte, sospettando che io cercassi schiarimenti per pigliare qualche incantesimo, mi raccomandava di consultare i libri che vengono di Turchia, come i più sapienti in fatto di cose magiche. Ecco, mi sembra, una postuma ed onorevole testimonianza alla cultura che gli arabi introdussero in Sicilia. Arabo e turco pel popolano di Sicilia son tutt’uno.

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